Stefano nasce a Milano in una notte d’estate, sognando di scrivere un’autobiografia d’entrata in terza persona, finché si accorge che parlare di sé, come si farebbe con un amico, è molto più facile e sincero.

Cresco secondo i tempi e ritmi dei bambini, sfogando la creatività con l’immaginazione, più che nel gioco. Un’insana avversione per i quaderni mi porta a scribacchiare storie di fantasia su fogli A4 che incollo fra loro, ottenendo rotoli di pergamena ingombranti e poco pratici (vai a capire il perché).
Da adulto, ma sempre nel corpo di bambino per statura e illusione, mangio libri, scrivo tanto, mi ispiro a molti, non copio da nessuno. Se non dovessi scrivere, immagino che mi darei al cinema, nel senso che la vita la passerei sul divano, di fronte alla mia sterminata videoteca.

E invece scrivo, non tanto perché credo di esserne capace, ma perché sento di doverlo fare. Sminuisco il mio lavoro, ne rimango affascinato, lo straccio, ci ritorno, smetto di scrivere solo per il mio cassetto e apro questo piccolo spazio dietro al tuo schermo.
Perché mi prendo questo cantuccio non voglio sia un mistero: non lo faccio per la gloria o eccesso di tempo libero. È solo che, nell’attesa che qualche psicopatico pubblichi il romanzo dell’ennesimo aspirante scrittore, cerco cavie per l’Italia e prigionieri volontari.