Untitled

C’era una panchina al parco, una panchina in legno con lo schienale lavorato e i braccioli in ghisa che terminavano in un bizzarro groviglio di ricci. Mi capitava di sedermici, di tanto in tanto, sebbene non fosse comoda e regalasse quello strano senso di responsabilità che nell’immaginario collettivo è tanto ambito dai sovrani.
Mi ritrovavo a passeggiare per il parco quando i pensieri mi andavano stretti, contando i passi lontano dall’università, dal dormitorio, dal mio davanzale mangiato dall’edera. Ci fossero stati i Metallica, mi sarei chiuso in stanza e avrei riempito i silenzi con quelli, ma ai tempi, probabilmente, suonavano ancora nel garage di Ulrich.

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illustrazione di Anna V. Bergantino

La prima volta che incontrai il signore col parrucchino fu durante un fine settimana estivo; uno degli ultimi, immagino. Ricordo la pelle d’oca e un sole timido sulla schiena, le gambe molli e la testa pesante, con cui ciondolavo sui vaneggiamenti tipici dell’età, quelli che mutano alla velocità di un soffio poiché appartengono a chi ancora non ha chiaro se i tempi e i luoghi in cui abita siano dettati dalla scelta o dalla convenienza.
Quando notai il signore col parrucchino, mi accorsi che rendeva perfettamente l’idea di uno che si trovava nell’esatto posto in cui sarebbe dovuto stare. Seduto in posa statuaria, sembrava appartenere allo sfondo, come un elemento di scena, con quel parrucchino che non ingannava nessuno, sul petto una blusa dai colori sgargianti e un paio di occhiali dalle lenti scure.

Il parco costeggiava la provinciale, sporgendosi ora sull’ateneo, ora sulla strada, con uno scorcio riservato al retro di un cardificio e  un affaccio su un parcheggio. Per quanto assurdo potesse sembrare, il signore col parrucchino aveva donato gli occhi al parcheggio, e il giorno stesso in cui lo conobbi mi confidò la ragione di quella scelta.
Disse che da lì si poteva godere dell’affaccio migliore, che il venticello che imperversava da est rasserenava le giornate più afose, che in quell’area c’erano molti passeggiatori e poco chiasso, e che fra il frassino e il ligustro, a una certa ora si poteva scorgere il sole paracadutarsi perfettamente fra due palazzi. E aveva ragione su tutto,  meno che il sole.
Vi dedicai tutto l’autunno e l’intero inverno, ma per quanto aguzzassi la vista, non c’era giorno che vedessi il sole stringersi fra i due edifici.

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illustrazione di Anna V. Bergantino

Conclusi che il suo fine fosse solo la presa in giro. Un vecchio che riempiva i suoi giorni beffandosi degli studentelli di passaggio, senza nemmeno prendersi il disturbo di inventarsene una buona. Un incontro per una menzogna, dopo i quali, non lo vidi più.
Le pensai tutte: che fosse morto, che avesse vinto alla lotteria e si fosse ritirato nel paradiso dei decrepiti, in Florida, che l’avessero ricoverato in ospedale per una complicazione prostatica o magari che un parente assennato l’avesse infilato di forza in un ospizio.
Supposizioni vacillanti smentite dai primi giorni del maggio seguente. Sotto nuove vesti, ma meno morto che mai, l’uomo col parrucchino aveva fatto ritorno sprovvisto del suo tratto più curioso.
Impiegai una settimana a rendermi conto che il nuovo occupante della panca, altri non era che l’uomo col parrucchino, seppur privo di parrucchino.
Mi sentii pervadere da uno strano senso di pace, del tutto simile alla soddisfazione che si prova nell’udire un pettegolezzo di cui si conosce già la sostanza. Mi avvicinai senza imbarazzo, aprendo la conversazione con una lode alla sincerità del vento, capace di sbugiardare gli uomini che si ingannano riguardo all’uso dei parrucchini. Mi rispose con un cenno e una risata genuina.
Non persi tempo e andai subito al sole che sarebbe dovuto precipitare fra i palazzi e che in realtà non precipitava affatto. Non mi rispose, anzi, rilanciò beffardo, raccontandomi dei volteggi di una coppia di fringuelli che nel primo pomeriggio andava a posarsi sul ligustro per cinguettare senza sosta fino al tramonto, aggiungendo dettagli e sfaccettature alle imprese dei due pennuti.
Io i due fringuelli non li vidi, come non vidi lussureggiare la sterpaglia nelle aiuole del parcheggio o le Maserati fermarsi fra le linee bianche. Non vidi gli scoiattoli danzare fra i rovi, presunti sprazzi di luce nei giorni di pioggia o cappe di nuvole spalmati fra il suolo e il sole. Riuscivamo a essere in disaccordo persino sul colore del selciato o sul fatto che la siepe fosse stata potata o meno di recente. Se io dicevo strade desolate, lui suggeriva strade tranquille. Lui avvertiva un tiepido venticello, io vedevo la tempesta. Io freddo, lui fresco, lui bella giornata, io giornata di merda. Anche quando i lavori per l’ampliamento del parcheggio non fecero che lanciare detriti ovunque e diffondere un baccano infernale nella quiete mattutina, lui riuscì a inventare che i mocciosi avevano cominciato a giocare alle spalle della panchina.

Cominciammo a vederci più spesso, persino al di fuori della cinta erbosa – forse potata, forse no– del parco. Lo accompagnai a fare spese, qualche visita medica e al cimitero, per portare orchidee alla moglie. Una volta andammo anche al cinema, ma lui perse subito il filo e uscimmo che il primo tempo non era ancora finito.
Tuttavia, i momenti migliori in sua compagnia furono su quella panchina. Forse mi inganno, ma qualcosa mi dice che la mia vita sarebbe diversa, se il tempo trascorso su quella panchina l’avessi passato altrove. Se avessi seguito i consigli dei Metallica, oggi probabilmente innalzerei monumenti al dio del metal.
Dopo qualche tempo, il signore senza parrucchino se ne andò, portato via con discrezione dalla vecchiaia. Fu allora che decisi di portare avanti il suo disegno, prendendo in prestito i suoi occhi lattescenti, inutili e andando a caccia di indizi, fino al parcheggio e oltre.
Se è vero che un cieco non ha bisogno di escludere ciò che l’occhio percepisce, chi gode della vista deve fare i conti con i cardini della realtà. È un’ingiustizia per chi guarda, immagino, ma non dalla panchina, che elimina i confini e gli orizzonti per dare spazio alle menzogne gentili, più in là della siepe e del parcheggio, più in là del punto in cui lo sguardo si smarrisce, fra due palazzi col sole di mezzo, per esempio.

 

 

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