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L’uomo è portato per natura a scagliarsi contro ciò che non capisce. Un comportamento infantile e piuttosto ottuso -a essere onesti- specie se nell’equazione inseriamo patriottismo e soggettività, che cozzano duramente con l’occhio critico del lettore.
Io comprendo lo sconforto e l’orticaria, ma la satira è anche questo, la satira divide e colpisce sempre qualcuno (no, non solo i potenti). A volte il vicino di casa rompicoglioni, a volte il nostro coinquilino, a volte il portinaio e a volte noi.

La contraddizione dell’indignazione a chiamata si trova alla base, prescinde qualsiasi valanga, terremoto o tragedia. Se il diritto alla satira lo difendevi ieri, allora lo difendi anche oggi; se ieri non lo difendevi, oggi puoi gridare alla censura.
Charlie Hebdo è sempre stata così, non deve piacerti per forza.
La «satira pesante» la fa sui francesi come sugli italiani, i marziani e i vegetariani. Il fatto che il Belpaese si fermi a guardare solo le copertine che lo riguardano è qualcosa di semplicemente pressappochista.

Piuttosto, facciamo pace con la coerenza e ammettiamo candidamente che gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo non ci hanno toccato per il motivo che li ha scatenati (la libertà di scrivere, disegnare e schernire chiunque si desideri) ma per il solo fatto che si siano verificati.
Il nemico del mio nemico è mio amico. Abbiamo seguito un sentimento di vicinanza ispirato da questo pragmatico ragionamento. E ci sta, ok, ma allora non sei Charlie.

Sei Charlie se l’immedesimarti nei vignettisti trucidati da un gruppo di fanatici ti suscita angoscia, ti fa incazzare perché pensi che ognuno possa dire quel che cazzo gli pare senza che una pioggia di piombo lo zittisca per sempre, ma se non è per il diritto di parola negato che ti struggi, non dire che sei Charlie. Sei solo uno che era al suo funerale: un conoscente, un concittadino, un lontano parente della vittima. Ma non sei Charlie.