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Niki Aprile Gatti aveva ventisei anni. Era un esperto di informatica in una società con sede a San Marino; il 19 giugno 2008 viene arrestato con l’accusa di frode informatica. Insieme a lui, vengono fermati diciassette colleghi di lavoro, che si avvalgono tutti della facoltà di non rispondere.
Al contrario, Niki è immediatamente disposto a collaborare, ma cinque giorni dopo l’arresto viene trovato morto in cella, presso il penitenziario fiorentino di Sollicciano, un supercarcere nel quale viene tenuto in isolamento, mentre i colleghi si trovano a Rimini, per ovvie ragioni di vicinanza ai luoghi del reato contestato.

Niki è incensurato, non ha processi in corso, non c’è ragione che spieghi la deportazione in un istituto penitenziario di massima sicurezza. Nessun segno di depressione, un reato non ancora accertato, con ogni probabilità Niki avrebbe lasciato la cella in tempi brevi e invece, da Sollicciano non è mai uscito. Le autorità sostengono che la morte sia sopravvenuta a causa di un’impiccagione eseguita grazie a un laccio da scarpe lungo 20 cm, ignorando completamente l’ecchimosi sul braccio, qualsiasi esame tossicologico, le testimonianze contraddittorie dei detenuti sulle ultime ore di vita di Niki e i suoi 90kg di peso, che rendono inverosimili le dinamiche del suicidio.
Come se non bastasse, la chiamata che informa la madre di Niki della scomparsa del figlio non rispetta le normali procedure e riporta un semplice messaggio: «È il carcere di Sollicciano, suo figlio si è suicidato».

Se fino a qui potrebbe apparire un caso dettato da un’assurda serie di coincidenze, un particolare inquietante si fa largo nell’intrico che avvolge la morte del giovane.
In caso di reati informatici, la prassi vuole che si sequestri tutta la tecnologia hardware e software implicata nell’indagine; eppure, il materiale informatico di Niki non viene prelevato dall’abitazione, ripulita da ignoti il mese successivo. I computer spariscono nel nulla e con loro le possibilità di risalire alle cause dell’arresto.

Sono tanti gli interrogativi senza risposta, da un messaggio anonimo recapitato alla mamma di Niki, che recita «Io so molto di più sull’omicidio di Niki, ma essendo implicato, non posso parlare», alla violazione delle normali procedure e i mancati approfondimenti del caso. Dieci anni di vuoto, nessuna risposta, copertura mediatica a zero. Resta la voglia di ottenere giustizia, dare conforto a una famiglia straziata dalla perdita di un figlio “custodito” dallo Stato. Non scordatevi questa storia.

Di seguito, riporto i contatti della onlus gestita da mamma Ornella e il sito dedicato a Niki.

– https://www.facebook.com/nikiaprilegattionlus/?ref=ts&fref=ts
– www.nikiaprilegatti.com