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Nascoste dalla bruma o il granturco, a seconda della stagione, fumano sedute, con le gambe accavallate e il silenzio negli occhi. D’estate, puoi vederle dall’alto del cavalcavia, sparse nella campagna, sotto ombrelli multicolore che riparano dal sole di mezzogiorno.
La Paullese è una strada che respira. È una provinciale nota in tutto il settentrione per la sua costellazione di prostitute; spesso divise per etnia, quelle dell’est Europa stanziano sole, incollate al telefono per noia; le nigeriane sono tendenzialmente gregarie, prima sul ciglio della strada, in processione coi bancali in equilibrio sulla testa, poi attorno ai faló per affrontare la notte.
Spesso mi vorrei fermare, ma non ho il coraggio. 
Vorrei farlo per fumare una siga in compagnia, offrire loro un po’ di svago, trattarle come esseri umani, ma non lo faccio.
Non lo faccio perché so che se mi avvicinassi, la prima cosa che sentirei sarebbe «Ciao tesoro, andiamo?». Perché non capirebbero, diffidenti per natura, la sincerità di un gesto disinteressato.
Potrei pagare il loro tempo, chiederle dei mostri che stringono la catena invisibile che tengono legata al collo, oppure prenderle per mano e portarle via.
Ma no, non sono loro da portare via; presto o tardi, troverebbero un altro marciapiede e un’altra catena, magari più stretta.
Dovrei prendere per mano coloro che ne comprano il sesso, affinché capiscano che non è di sesso che si stanno inebriando, ma di potere e sottomissione. Aspetterò il giorno in cui avrò il coraggio, nel frattempo scrivo. Inutilmente.