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Esistono nientemeno che due vocaboli tedeschi utili a spiegare altrettante condizioni umane, alle quali la nostra lingua non riesce a rendere giustizia.
La prima si scrive Waldeinsamkeit e si legge Vol-din-sam-keit; descrive la percezione di disorientamento e solitudine avvertiti all’interno di un bosco, riflettendo lo smarrimento di questa sensazione nell’intrico di sillabe che compongono l’arzigogolato lemma teutonico.
Weltschmerz è invece il sentimento provato da colui che si accorge di come la realtà fisica non soddisfi i bisogni di spirito e mente; potremmo accostarlo ai caratteri della poesia leopardiana, a un dolore cosmico senza pessimismo, colmo di una remota gratitudine.
Un piacevole impaccio che getta l’animo in una spasmodica caccia alla riflessione, dimostrando che non è sempre la malinconia a cercare rifugio nell’individuo, ma quest’ultimo propenso ad accoglierla. Si tratta di uno stato d’animo vagamente simile alla nostalgia, un’iniezione di mestizia al quale mi permetto di regalare un nome: sensicolĭa (f.s.) dal lat. sensus e un deriv. di cholḗ (bile), dove la radice sensi- non prende la definizione di facoltà tattile, visiva o uditiva, bensì l’attitudine a indagare il mondo attraverso la sensibilità, consci di ammirare una bellezza perennemente incompleta.