Catoptrofobia (2)

Vieni pure, nessuna paura. Non fare finta di niente, guardavi noi, si capisce, i tuoi occhi sono curiosi.
Te ne do atto, è un posto strano questo. Strano e intrigante; sembra che il tempo sia fermo da un pezzo e forse tu, straniero, credi pure che per via Medaglie d’Argento, strada di rumori e vetrine, ancora non passino le automobili, ma calessi trainati dai buoi.
Non proprio direi, ma qui i marmocchi vengono su bene e hanno ancora il tempo di fare guasconate per la strada e beccarsi gli strilli che ne conseguono. Questo è uno dei pochi posti in cui ancora ci si punge, ci si sfotte e ci si fa gli inviti a cena nella stessa frase.

Sei venuto nel giorno giusto, esce il sole dopo parecchi giorni e via Roma è chiusa al traffico, perché la prima settimana di maggio si fa la festa di primavera.
Vedi? L’aucàt ciaccola col sindaco, la Verdiana scola i primi caffè e don Luigi pedala lesto verso la parrocchia, prima che la via diventi un pascolo.
Dove via Roma si perde nei campi, Mastro Tonino porta fuori il suo fido bastardo. Cammina con le mani dietro la schiena e lo incita a pisciare perché ci impiega sempre un secolo, colpa di una rogna alla vescica. Fanno la strada che ogni mattina li conduce al maneggio e si fermano allo steccato; oltre quello non si spingono perché non hanno voglia.
Dal senso opposto viene Ezio, a passo di marcia. Quella strada è pure sua, al mattino, quando sfila nel completo fucsia e la mano protesa affettuosamente verso il bastardo. Gli fa un sorriso e scambia una pacca sulla spalla col padrone, che magari lo invidia, perché sono vecchi uguali, ma Ezio gioca a fare il giovincello e ci vince di parecchi punti. Quando arriva in paese, Ezio passa dalla Verdiana, che gli nega lo scotch delle dieci, ma gli offre il caffè domenicale. Poi si ferma al sesto civico della strada, Ignazio scalda il forno a legna e fa l’impasto alla sua maniera; quella giusta, quindi.
Col bicchierino in mano, si fanno un par di chiacchiere. Quelle di ‘Gnazio le ascoltano pochi dall’inizio alla fine; parla tanto e dice poco il ragazzone tarantino, ma è il lavoro che l’ha allevato così, nei tempi morti fra l’entrata e l’uscita di una pizza dal forno. Ezio ascolta di buon grado, non trova peccati nelle sue storie; fra la tutina fucsia e il grembiule di farina intercorre solo un lungo spartito di chiassose risa.
Sopra di un piano ci sta Flavio, trent’anni come il pizzaiolo e amici da un bel pezzo. L’appartamento è ancora vuoto, Flavio torna a casa con la giardinetta che tutto il paese gli invidia, anche se la nuova Kadett non è niente male. Saluta Irma, l’anziana signora che sta in piedi tutto il giorno su un tappeto di sigarette a rispondere con gli occhiolini agli sguardi degli automobilisti, trova via Roma transennata e parcheggia nel vicolo adiacente, affianco alla farmacia. A venti passi da lì, le finestre spalancate dei Marelli mandano le liti alla strada.

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Il signore rimprovera alla signora di avere lasciato la porta di casa aperta, ma la signora respinge in blocco e rimanda alla figlia adolescente, che di notte, il sabato, torna tardi e ha l’abitudine di fare il ninja per le scale.
Dorme ancora, Cristina, storta dentro al letto. Sta sognando di rubare al babbo uno dei modelli di dentiera che tiene in studio. Non è un desiderio inconscio, le piace davvero la professione di papà, ma non ha voglia di studiarci per diventarlo. Lei dorme. Non servono i pugni della madre contro la porta, non serve il telefono di casa che squilla.
Sei, sette, otto… Valeria si dà un colpo di smalto per ogni squillo a vuoto. A casa di Cristina, dormono tutti tranquilli, solo lei c’ha una scalogna chiamata insonnia, così sceglie di rinunciare e raggiungere sua zia, cui servono rinforzi per l’allestimento floreale della bancarella. Si dà un’ultima sistemata guardandosi nello specchio da capo a piedi e no, non crescono più.
Zia Nilde è presa come se al paese stesse venendo in visita il papa. Il bordo del tavolo sul quale bivaccano sali e saponi di ogni genere è segnato da una scia di fiori gialli e dal canestro di frutta finta posato al centro viene fuori un concerto di colori da fare invidia al furgone del fruttivendolo.
Sul marciapiede opposto, dietro a un banco di radio antiche e credenze in radica, Azzurra –di occhi e di nome- muove le labbra su un foglio a righe, scribacchia di Teo, che chissà dov’è, e si lascia trafiggere il cuore dal suo ricordo. Scrive canzoni per sfogo, fa piangere i suoi testi perché di lacrime non versa.Teo, pure Valeria ci sveniva dietro, ma alla fine aveva vinto la cantate taciturna, avevano vinto la timidezza, gli azzurri e il taglio corto biondo cenere. E poi persero tutte.
Il padre di Azzurra fiuta gli affari e si frega le mani. Da destra i primi clienti, da sinistra l’odore del pursel, cotto dagli anziani del circolino nell’aia del mulino vecchio. Rizziere, Gianni e Gustavo stanno alla griglia, difendendosi dai bollori coi giornali piegati a ventaglio.

Avvicinati, senti che dicono. Fanno sempre così i vecchi: quando ci sono le signore, i passanti o chi vuoi tu, discutono del più e del meno; se sono fra loro, hanno il vizio di affliggersi per ogni cristiano passato a miglior vita.
Gustavo monologa sui grandi personaggi degli ultimi decenni, che sempre meno la natura li ammazza -dice cause incresciose- mentre quelli buoni vanno come il pano. Villeneuve schizza su albero, Belushi con la robaccia, Pasolini e Gaetano chi sa capisce.
Nello stesso momento, Miché viene fuori dalla cascina di fronte portando a mano la bici nuova. Ripassa a mente gli insulti da rimandare indietro a Daniel, che di sicuro anche lui si è pensato qualche nuova battutaccia con cui accoglierlo quando si incontreranno alla ferrovia; di quelle sulle madri magari, che funzionano sempre.
Fa per montare la Graziella, vede in terra una lattina e con un tiro da almanacco del calcio prende Gianni sul nappone e gli fa volare quel paio di occhiali rugginosi dritti nel grasso del pursel.
Fortuna che Gianni ha sempre un fazzoletto di cotone egiziano a portata di manica e Gustavo era un capomastro tozzo di mano, perchè Miché si prende una pappina che gli colora orecchio e collo, così i vecchi possono tornare a struggersi per i loro morti. Magari, perché a Michelino, loro, lo conoscono solo di nome, non per gli scherzi di cattivo gusto. Infatti, quello torna alla cascina, si riempie le brache col mangime dei polli e passando in bici lo fa piovere sul chioschetto del pursel, che in un attimo diventa una piccionaia. Qualcuno scuote la testa, qualcuno ride, Rizziere gli abbaia dietro in dialetto, ma a poco serve, perché sulle pareti della falegnameria del babbo di Miché, mica per niente stanno appesi Coppi e Bartali e la piccola saetta sfreccia già come Gianni Bugno.

Mentre un razzo taglia via Roma in verticale, donna Luisa sta al balcone seduta su paglia e legno. In paese ha venti nipoti; nipoti che già hanno nipoti, voglio dire, e questo giustifica il fatto che le sue gambe non la reggano più tanto bene. Continua a partecipare alla vita del paese da lassù, fa la pensionata di nome e la portinaia di fatto. Dice lei, parole sue, che sbirciare le vite degli altri è l’esempio migliore di interesse per il prossimo.
Oggi guarda la sfilata di passanti che gremisce il marciapiede di sotto, saluta chi la saluta e lancia sorrisi sdentati alle famiglie.
Sotto il suo balcone stanno Mariapia, Eloisa, Dorotea, Maria, Saba, Bice e Maria, le belle comari con cui scambia le indiscrezioni di giornata. Sette terese come quelle non le incontri neanche nelle storie rusticane. Tutte a far la calzetta, tutte con le maniche lunghe, la gonna, la sottogonna, lo scialle o il foulard. Mai col muso lungo, lingua corta e orecchio morbido.
Romanelli saluta dal marciapiede di fronte, cammina solitario con in tasca la mano che non ha più, scordata chissà come in un impianto di smaltimento rifiuti sul finire degli anni ’70. Tutti qui lo chiamano Bètonigo, il pettegolo, perché ha sempre qualche critica da muovere a qualcuno o un parere da dare su qualcosa; alle comare lui calza a pennello.
Il sindaco è ancora a far baldoria con l’aucat, ma appena vede il Bètonigo, gli viene uno sciupun per paura che attacchi il disco e con una scusa leva l’ancora e si rifugia da ‘Gnazio. Non è che abbia voglia di sentirlo blaterale, ma è sempre meglio del Romanelli e in aggiunta il tarantino fa le freciule a quest’ora, quindi caccia il portafogli, offre a tutti le frittelle e chi s’è visto, s’è visto.
Due o tremila lire basteranno? Neanche per sogno; spunta Vittorio, il figlioletto venuto a dilapidare il patrimonio di famiglia. Corto di braccia, il primo cittadina lo rimbalza al bar, da mamma Verdiana, che scuce seimila lire per lui e altre sette per fare il galantuomo con Gemma. Prima di andare, l’angioletto fa gli occhi dolci alla mamma, le dice che la permanente la fa bella e mentre lei cerca conferma nello specchio, lui, in quatre e quatr’òt, si intasca alla cieca un pacco di Merit.
Fuori dal bar, come sempre, c’è il buon Remo che starnazza la Maledetta Primavera della Goggi, dietro un cespuglietto. Sembra un pompiere alle prese con un incendio; fa atterrare una cascata nel vaso e bisticcia da solo per la paternità di un fermacravatta trovato a terra in quel momento.
Ogni paese ne ha uno, prendine atto, ma Remo non si batte, perché il suo fiato non sa mai di dentifricio e le unghie sono nere, ma la sua voce canta storie e le dita scrivono elegie agresti che pochi potrebbero.

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D’estate il trattore, d’inverno lo spazzaneve; guidava qualsiasi cosa il buon Remo. Ma, ahimè, basta una moglie che muore, il gomito troppo alto, quattro bestiole tirate sotto con la macchina in un mese e ti ritrovi soltanto coi rimpianti e qualcosa di magro da raccontare.
La sua voce ha il vigore di un rombo di tuono, supera i tetti delle case basse del centro e scivola giù dalle tegole, fino agli abbaini dei condomini retrostanti, dove tanti lo possono ascoltare, e visto che ha il tono in regola, la Maledetta Primavera suona greve ma melodiosa.

Anche oggi, Teo se lo mena con eccessiva ferocia. Sa già dello sconforto che gli capitombolerà addosso fra poco, ma per il momento si figura nella testa la cartolaia, nuda e con le labbra rosse. La Marisa è già signora e c’ha pure gli anni suoi, con le smagliature di tre cosce messe assieme, però questa cosa qua non è che gli dispiaccia proprio, tuttavia, per fare più in fretta fa spazio alla bibliotecaria, che gli viene in mente splendente come sempre. Lei che ti mette in soggezione se solo passa e tutti, quando la vedono, ci rimangono come il diaframma appena il fiato smette di venire fuori dai polmoni.
Mamma che bella la bibliotecaria, che belli i libri, quelli che stanno nello scaffale più alto specialmente, perché la scaletta non la possono usare i clienti e quindi ci sale lei col tailleur scuro e le mutandine bianche.
E con questo Teo ha finito di trastullarsi; caccia via il senso di colpa e anche il dépliant di intimo della madre, nel mobiletto sul quale il bisnonno si indigna dal centro della cornice d’oro. Lava le mani e lascia la stanza. La sorellina, in soggiorno, muove i fianchi dentro a un cerchio colorato, Teo le molla uno scappellotto fraterno e scappa dai suoi stupido-moccolone-deficiente. Di sotto lo aspetta Ale, un ladro di galline di poco conto, che suo padre impiccherebbe al ramo più alto del quercione in giardino.
Teo vorrebbe aprire il mondo in due parti, che ogni suo respiro abbia una precisa ragione, ma finisce sempre per andare a “pescare merluzzi” col suo amico perdigiorno. Insieme, vanno verso il maneggio, lo superano e si fermano alla vecchia acetaia.
Nella campagna più gialla, vicino alla strada ferrata, suonano la tromba che non fa rumore e aspettano i treni in transito per esibirsi nello spettacolo delle undici: quattro natiche che a tempo di rhythm and blues fanno ciao ai passeggeri.

Uno scroscio di risate e qualche «culo moscio!» segue lo spettacolo dei due pirloni. Sono Miché, Daniel, Vittorio e Tora, maschio come gli altri, ma col nome che ha un’origine che è meglio non conoscere. Quest’ultimo è il fratello minore di Ale e quindi il primo che si becca una scarica di sventole male assestate. Incassate le manate, i quattro inforcano le bici e si allontanano dalla ferrovia con gli strascichi di risa fra i denti e un paio di altri «culi mosci», sparati per concludere in bellezza. Si fermano ai fontanili, dove hanno acqua e panchine, aprono le Merit di Vittorio e a turno cominciano a tossire. Cinquantadue anni in quattro, tutti insieme non fanno l’età del beccamorto, ma sanno già il fatto loro o perlomeno provano a saperlo.
Hanno provato persino a fare gli sboroni con la bibliotecaria, ma alla corte lei ha risposto «tzè, chierichetti» e questo solo perché fino all’anno scorso servivano alla messa di Don Pasquale. Peccato che stiano facendo ricredere un po’ tutto il paese e da quando c’è Don Luigi, ognuno fa un po’ quello che gli pare e poco ci manca che alla Pasqua ventura qualcuno invece di ascoltare il sermone si mette a grigliare l’agnello in sagrestia.

Tora sta con la bici sulla collina delle stelle alpine, che porta il nome di questi fiori per l’alta quota alla quale crescono. Viene facile capire che si tratta di una di quelle discese talmente ripide che sembrano faticose come le salite. Tora se la sente storta, un amico del fratello una volta ci ha lasciato il naso, ma ha giurato di farla senza freni. Pensa che se Don Luigi non li ha sciolti nel vinsanto dopo lo scherzo di Natale, sarà dura che qualcosa lo ammazzerà il giorno della festa di primavera. La scommessa era fra Miché e Vittorio, ma questo non se la sente e perciò Tora ne fa le veci. Se riesce a venire giù con i pugni stretti al manubrio, Michelino non le suona a Vittorio se si vede ancora con sua sorella Gemma, altrimenti se la scorda e torna ad alitare sui vetri quando passa la bibliotecaria. Questo è quanto.
E alla fine Tora ci riesce, con qualche colpo di freno dato quando stava in alto, dove Miché non poteva vedere chiaramente.
Lo squillo di una tromba –una tromba vera, sta volta- richiama l’attenzione dei Chierichetti verso il paese. È la banda dei vigili, che alle dodici in punto alza un po’ di baraonda verso l’alto, tra il vivace susseguirsi dei fiori alle finestre della parrocchia e i dodici don! della campana.

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L’odore del calzolaio oggi non si sente, la saracinesca è giù e Mastro Tonino, beato, bruca gli assaggi delle bancarelle come i compaesani.
Sei minuti di musica e tutti a mangiare: chi a casa propria, chi dalla Verdiana, dai vecchi al mulino, in pizzeria da ‘Gnazio o all’osteria, dove Rosi apparecchia i tavoli fuori, mentre suo marito, in cucina, mette un rametto di rosmarino nella padella del coniglio, pardon, del dunel, per dare una nota profumata alla casseruola.

Ci sono tutti di fronte alla banda: le comari, le loro figliuole, Flavio e il Bètonigo, che è infine riuscito ad accalappiare il sindaco. Ci sono la bibliotecaria vestita coi colori dell’autunno, la Marisa, Irma in pausa dal lavoro, il buon Remo canterino e Fausto, Efrem, Gioele e altri personaggi che non ho il tempo di presentarti. Dimenticavo Berto, il Barone, quell’omone benvestito in compagnia della signora ossigenata. A dire il vero, si fa chiamare così perché ha charme e potere, ma Bartolino Barangianno non era un buon nome e così se n’è comprato uno nuovo. Prendi una pezzuola, scuotigli le giacca e con quello che ne esce ti compri tutto il paese. Credimi, se ti dico che quello ha una piscina a sfioro in giardino e organizza delle feste come si vedono nella Milano Bene dei film e i ragazzini corrono tutti a spiare le donnine che invita le sere d’estate.

Ma senti che fracasso fanno i Chierichetti con quel megafono, sembrano Totò ne Gli onorevoli. Senti, senti… freme la piazza, sembra che la banda non suoni neanche più.

«don Luigi è atteso al centro informazioni, don Luigi al centro informazioni… va’ che patonza che è la bibliotecaria… ma la finiscono o no, sti mascalzoni?… perché la famiglia Marelli, signor Sindaco, fa un baccano da non credere… don Luigi è atteso al centro informazioni… e la Marisa, no? Pare che ti fa schifo… Balabìott Bìslàch, se lo prendo! … la mia signora finisce al sanatorio così… don Luigi, è arrivato il Barbera per inzuppare l’ostia… ma lei, Dio bono, con quel vestitino color senape che ti fa perdere i sensi e gli occhi neri che ti congelano… che ci fosse anche il figlio del sindaco a far scoppiare i mortaretti dentro la chiesa la notte di Natale?».

Oh, a me mi piace un sacco quando i pollini si aggirano per le strade senza una meta precisa e c’è il vento che fruscia nei capelli delle donne del vicinato e qualcuno mangia già fuori dai cascinali con la tovaglia che svolazza e i cricri si odono meglio e tutto è uguale a ieri, ma siamo a oggi, coi rami che hanno voglia di armarsi di nuove foglie e una luce più calda comincia a spargersi e i giorni tirati a lungo e le mucche si danno da fare  e vagonate della merda loro si ammonticchia nei campi e l’odore dello sterco invade le case e le narici, che chiedono per pietà agli insetti di mangiarsela tutta e alla fine però si rassegnano e allora i mariti chiedono alle mogli di fare cavolfiori, taleggio e gorgonzola perché così non si può andare avanti.

Beh, torna a trovarci, mi raccomando.

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