Catoptrofobia

Al calar del sole, mentre gli scoiattoli sono a caccia di nocciole e i grilli si preparano a intonare il grande canto, due signori conversano tranquilli, seduti su una panchina ai margini di Greenwich Park, non lontano dalla collina del Royal Observatory.
«Cosa saranno, Hector… Quattro anni, ormai?» borbotta uno, con gli occhi persi fra le spine di un roseto.
«Cinque, in autunno… E se una volta ogni lustro non ti metti a fare i capricci, scomodandomi dai miei affari, non sei contento. Dico bene, Lloyd?»  risponde l’altro, uguale nella posa e nello sguardo.
Hanno entrambi un’aria molto distinta, i gesti esprimono un rigore quasi militare e gli occhi, difficile a credersi, sono incredibilmente silenziosi e colmi di giudizio.
«Sono lieto di vederti» continua Mr. Hector.
«Anche io» risponde Mr. Lloyd.
Calzano entrambi stivali alti, hanno il tipico taglio alla brutus, i baffi a manubrio e si interessano di equitazione, natura e uomini in egual misura e al medesimo modo.
«Strano, quest’oggi il sole discende con anticipo o il tempo mi è sfuggito».
«Che scena patetica. Non era necessario montare una farsa per mostrarmi il tuo nuovo acquisto» dice Mr. Lloyd, indicando lo scrigno meccanico che l’amico ha in mano; un orologio da tasca a doppio fuso orario, col quadrante in smalto e le finiture d’oro.
«E quelle brache» continua il gentiluomo, sguainando il dito da rimprovero «hanno preso il colore di un limone stinto».
Mr. Hector, di indole impeccabile e animo bizzoso, odia che si muovano critiche o avanzino riserve sulla sua -personale e insindacabile- maniera di vestire. Sul capo porta sempre un instabile cilindro con la tesa larga, al collo una sottile fascia di lino e sul tronco una marsina con le falde a coda di rondine, aperta sul davanti per mettere in mostra il raffinato panciotto.
Mr. Lloyd, chiuso nel discreto paletot dal quale sbuca una cravatta annodata in uno dei ventisei modi conosciuti dall’aristocrazia inglese, fa riferimento proprio a quelle brache e la cosa, quasi inutile a dirsi, manda in bestia Mr. Hector. Mr. Lloyd è accompagnato da un bastone da passeggio in legno nero, con l’impugnatura a testa di aquila e un cappello militare napoleonico. Il bicorno di stoffa è  nero come la notte, largo come un piazzale e ha due punte e due pinne come qualsiasi altro bicorno. Bislacca l’agghindatura, perché sulla pinna frontale del copricapo non è posta la classica coccarda coi colori della nazione, ma una coccarda nera. Anonima, mediocre, dozzinale, nera.
«E a te non bastava essere basso, sentivi la necessità di indossare quel ridicolo cappello per documentare al mondo la cattiveria che il fato ha avuto cura di usare con te. In Piccadilly, agli altri, scagliava manciate di centimetri come coriandoli, a te una pacca sulla spalla e quel cappello; un bel traguardo».
«Scherza pure, imitazione malriuscita di un grottesco dandy, ignori l’esistenza di londinesi talmente slanciati da vedersi costretti ad assumere falegnami specializzati che si occupano esclusivamente della realizzazione di letti su misura».
«Falegnami specializzati, che esagerazione. Quando si tratta di ingigantire le cose, il tuo talento viene fuori tutto assieme. Dico che un falegname comune basta e avanza».
« Se credi… ».
« Credo ».

Un pianto di neonato turba la quiete del parco, gli occhi di pece di Mr. Hector cambiano direzione ogniqualvolta il lamento cresce di tono. O forse no, forse sono comandati da altro.
« Allora, dov’è? » domanda, infine.
« Seguimi».
Gli occhi di Mr. Loyd paiono meno vivaci di quanto siano abitualmente, o perlomeno, ripescando ricordi dallo stagno delle memorie, Mr. Hector non riesce a scovare, nel corpo vitreo di Mr. Lloyd, un solo istante di minore vitalità, rispetto a quanta ne alberghi ora dentro al bulbo sinistro dell’amico. Il bastone buca il terriccio, i due camminano tranquilli – molto tranquilli – tagliando il parco. Nonostante la lentezza, il sole fatica a star loro dietro; incespica nei palazzi, si apposta guardingo e guadagnato un cantuccio in grado di contenerlo, li sorprende con un guizzo improvviso. Più di così, non riesce a indispettirli.
«Duecento acri di terra in una città come Londra» sospira Mr. Hector. «Senti che arietta, pare di essere in villeggiatura».
«Per te che di rado fai ritorno. Ma dici il vero, questo parco produce meraviglia: le coppiette, i turisti. Adesso ci sono anche dei chioschi. L’avresti mai detto?»
«Non saprei, Lloyd. Non c’è epoca che manchi di finire».
«Se la cipolla che porti in tasca misurasse il tempo in maniera contraria, avvertiremmo il sopraggiungere di qualsiasi fine, ma finché continuerà a marciare in avanti, sai… ». Mr. Lloyd tende a immaginare scenari inottenibili. Vive la sua vita in un limbo di speranza e costante sottomissione all’esistenza. «È di lui che si tratta».
Questa volta, il dito da rimprovero di Mr. Lloyd finisce su una figura asciutta e spigolosa che inforca una bici d’altri tempi. Scolorita, piena di ruggine, un clangore unico di stridori e strappi.
«Che ne pensi, Hector? »
«Cosa vuoi che dica, sembra un uomo smarrito. Conosci il suo nome?».
«Si chiama Lester».

L’uomo in questione dista una quindicina di piedi, ha il pelo fulvo e la pelle come coperta da un velo di terra arida; cipria satinata, forse. Una fitta barba gli abbraccia l’intero volto, nasconde le gote ravvivate nei colori dall’alcol e offusca le labbra, particolarmente fini, simili a quelle di un felino; immaginate, quasi.
«Come si guadagna da vivere?»
«Da fanciullo ha seguito il padre nel lavoro fognario, è passato per le botteghe di fabbri e vetrai, dieci anni in miniera senza indugi nei confronti del mercurio; da quando è a Londra ha sempre lavorato nelle gallerie come manutentore».
I polpastrelli e i palmi dell’uomo sono neri, la peluria intrecciata in uno strato di grasso. Le mani curate, le unghie ben rifinite, ma cicatrici indelebili sono cucite addosso all’uomo fulvo.
«Un infortunio lo ha reso invalido alla mansione. Ora non ha occupazione e compenso».
«Però ha guadagnato un bel fiasco di vino» sentenzia comico, guardando il tizio fulvo vacillare alla guida della bicicletta con una sola mano. Con l’altra stringe il collo vitreo dell’ebbrezza.
«Sei un bruto».
«So cosa mi stai chiedendo, Lloyd, e no, non puoi dargli una seconda occasione. Dovresti strappargli la bottiglia che tiene nel pugno e sai che non ti è permesso».
«Santo cielo, Hector, perché oggi? Sua moglie si aspetta che torni per cena. Ha tre figlie, e la più grande si sposa e porta a casa il promesso per un banchetto».
«Sai chi sono i dottori, vero Lloyd? Professionisti deputati alla cura della persona, dal punto di vista clinico. Tu non sei un dottore. Non c’è dottore che possa curare gli incidenti domestici o gli annegamenti nel Tamigi. Ormai è il crepuscolo. La gente al crepuscolo torna a casa e lui è ancora qui».
«Fandonie, il tramonto non è che una traccia nel cielo. Che ne sai tu che non voglia solo farsi guardare?».
«La tua persona mi è cara, Lloyd. Le tue lagnanze, no».
«C’è gente che non vuole andarsene, Hector. Fai un gesto disinteressato nei confronti di chi indossa un cappio senza nemmeno saperlo. Cosa pensi di loro?».
«Niente, lascia che lo indossino. Non incastrarti fra la vita e la morte quando quest’ultima è desiderio dei vivi» sentenzia Mr. Hector, visibilmente provato dai toni della conversazione.
«E come puoi affermare che vi sia senno nei pensieri di un ubriaco?» incalza Mr. Lloyd. «sarebbe come affidarsi ai passi di un sonnambulo».
La postura dominante di Mr. Hector dimostra l’inflessibilità del suo carattere austero. Fintantoché quest’ultimo non si piega, nemmeno il gentiluomo londinese perde una briciola del suo aspetto monumentale.
«Un uomo disperato, in preda alle allucinazioni, sul campo di battaglia, mutilato dalla baionetta nemica, che ti prega di porre fine al suo tormento. Gli negheresti il calore del piombo perché a casa ha i parenti in attesa di una cena che non avrà mai luogo?».
«Mi addolora il cuore, questo tentativo sofista. È una faccenda del tutto differente, e lo sai bene».
«Inganni te stesso, Lloyd Edwards. Sostituisci la prodigalità che hai nel cuore con l’egoismo del superuomo. Fai bene a piangere per il mondo, ma lo fai a sproposito. Anche nella notte più buia di uno, non manca una grande luce per tanti».
«Il mondo veste di nero anche quando è in dolce attesa… È questo che intendi?».
Il capo di Mr. Hector si muove in segno di assenso; la sua logica inviperisce il compagno, intento a cercare nuove ragioni, mettendo in relazione pensieri e argomenti.
«Per Giove, Hector, sai almeno perché viene qua ad ubriacarsi? Con la schiena appoggiata a un tronco d’albero, qui, in questo parco, ha conosciuto Abbey, sua moglie. Qui, in questo parco, hanno banchettato mille volte, sotto mille soli differenti, portando a spasso la primogenita e la secondo e la terzogenita».
«Detesto che la fine di un uomo debba sopraggiungere in questa maniera, senza incontrare la gloria, un ultimo sguardo amorevole. Nondimeno, mi rassegno alla sorte di alcuni e mi rassereno perché non è quella di tutti».
«Facile, Hector. Tu passi, guardi e vai; tu non ti godi» sottolinea l’accento sarcastico sull’ultima parola «il trapasso».
«Io non faccio questo, perché dici così?».
Gli occhi di Mr. Lloyd catturano le tinte del cielo che, a poco a poco, si libera del chiarore, lasciando entrare le nuvole.
«Allora rallenta, Hector! Accantona la tua fretta».
«Posso farlo, se è questo che vuoi, ma non servirebbe a niente, Lloyd e tu lo hai bene a mente. Il mondo forse può rallentare, come dici tu, ma tempo di arrestarsi non ne ha. Io ne faccio parte, Lloyd, noi ne facciamo parte, che lo voglia o no. E se il mondo non si ferma, noi non ci opponiamo».
Mr. Hector lascia l’amico per assistere ai passi di danza di un uomo con un fiasco in una mano e scarpe di camoscio nell’altra.
«Sta andando verso il fiume, Lloyd. Forza, risaliamo la collina».

L’uomo di nome Lester abbandona la carcassa a due ruote e inizia a camminare. Si farebbe incantare dalle farfalle che gli svolazzano intorno alla testa, ma è distratto da troppi pensieri.
«È così?». Mr. Lloyd, occhi iniettati di sangue, raggiunge l’amico di corsa. «Immaginavo fosse difficile, ma speravo che avresti compreso. Lester è una persona squisita: padre affettuoso, lavoratore impeccabile, marito senza macchia».
In effetti, Lester era una brava persona. Era facile fare amicizia con lui, perché aveva la parlantina di chi lavora sodo senza perdersi in chiacchiere e per questo, quando ne aveva il tempo, si lasciava trasportare dalle parole.
«Non te lo chiederei nemmeno se non sapessi che dalla sua vita dipende un’intera famiglia. Nessuno ode il suo grido di rabbia impotente, nessuno incrocia i suoi occhi vacui, nessuno ferma quella andatura  caracollante. Lo puoi vedere tu stesso che Lester Shaw a stento esiste».
«Non mi è possibile».
«Bugiardo, è a me che non è possibile. Per questo ti ho chiamato qui. Solo tu puoi».
«Non mi è possibile, Lloyd, ti prego. Non rendermi artefice di quel quadro infelice che sta prendendo forma nei tuoi occhi. Non lo sopporterei». Mr. Hector si riferisce agli occhi dell’amico, passati da foschi a languidi in uno sbattere di palpebra.
«D’accordo, Hector, vai al diavolo! Sono stufo di sentirti, sei buono a minimizzare, a semplificare i miei calcoli, ma non fai bene i tuoi. È facile per te. Tu sei al posto giusto, con l’abito bianco, fai quel che vuoi».
«Non è ciò che voglio, è ciò che devo. Perché se solo mi comportassi come te, stupido amico, io sarei te. E sai cosa accadrebbe se mi vestissi di nero anche io? Ne hai anche solo una parvenza? Visto quel che dici, non credo ti farebbe piacere».

Mr. Lloyd, sprofondato in un pianto copioso ma controllato, non segue più niente; gli occhi chiusi per non guardarsi attorno.
«Noi continuiamo a stare in piedi, mentre tutti gli altri cadono » gli sussurra Hector all’orecchio; sembrano parole dure, ma suonano rassicuranti, fraterne.
«L’inverno non usa premura alcuna e il vento non risparmia nemmeno l’ultima foglia. Perché noi resistiamo? Sai dirmelo, Hector?».
«Perché noi non siamo le foglie, amico mio »
Il silenzio, d’improvviso, avvolge ogni rumore, il buio, senza servirsi di nuvole, riesce a oscurare il cielo, le persone, le sagome di una Londra bellissima. Sul vento, riflette Mr. Lloyd. Capisce che nel vento c’è il suo riflesso, al che, le gambe dei passanti riprendono a muoversi, il cielo torna crepuscolare, il fiume riprende a correre, il vento a soffiare.
«Andiamo» dice Hector.
Mentre i due uomini marciano verso la sommità della collina, chi con l’aiuto di un bastone, chi di sola forza di cosce e polpacci, l’uomo di nome Lester si allontana dal fascio di primule viola nel mezzo del quale il fiasco di vino giace abbandonato.
«Doveva proprio arrampicarsi lassù questo maledetto osservatorio?» borbotta Hector, guardando l’invisibile meridiano zero dominare il parco.
«Hai già perdonato la mia insolenza di poco fa, Hector?».
«Le parole sfuggono. E tu sei un vecchio gentleman dalla lingua lesta».
A metà salita, Mr. Hector smette di consumare le suole, si fruga nella tasca del panciotto e tira fuori un fazzoletto.
«E non si dica che Hector Hughes non è un gentiluomo» esclama sorridente, porgendo al compagno il fazzoletto e offrendo un braccio per facilitare la salita.
«Sei mai stato in barca, Lloyd? »
«Una volta»
«Anche io. Mentre viaggiavamo sul filo dell’acqua, guardavo il nostro restare indietro, come la scia dell’imbarcazione. Ho visto fiori bellissimi nascere fra gli scogli, bambini giocare senza recinti, alberi carichi di frutta. Tu cosa hai visto?» chiede Mr. Hector, raggiungendo la vetta.
«Non mi ricordo »
«Niente? Avrai pur visto qualcosa che ha ammaliato il tuo sguardo. Pensa »
«Perché?».
«Pensaci, Lloyd».

Un rigagnolo di vino scende lentamente dal fiasco abbandonato fra le primule e procedendo di gran carriera riga il prato con la stessa maestria che un fiume usa nel solcare una foresta.
«C’era un cane. Mi guardava da una delle sponde, con la lingua a penzoloni e lo sguardo saggio dei pastori scozzesi».
«Avresti voluto accarezzarlo?».
«Che domande…».
«E che hai fatto? »domandava incuriosito Mr. Hector, arricciandosi un baffo con insistenza.
«Cosa avrei dovuto fare? L’ho guardato, finché la barca non ha guadagnato metri». Mr. Hector riuniva le mani in un intreccio di dita quasi monumentale, e ancora una volta non fa che rispecchiare la sua ferrea disciplina.
«Dunque, converremo che in certe circostanze, è impossibile fermarsi, anche se fisse la cosa che desideriamo di più».
«Touché» annuisce, comprendendo in ritardo la natura di quella domanda. «Ma io non ce la faccio, Hector. Non fingo quando dico che questo destino mi squarcia l’anima». E Mr. Lloyd riprende a struggersi, privandosi della visione di una mirabile Londra.
I due amici ridono compiaciuti, mentre un uomo, in mezzo ad altri uomini, affoga in un silenzio quasi claustrofobico.
«Ti sei mai chiesto una cosa, Hector? Se di giorno il cielo è terso, perché al tramonto c’è sempre, qualche nuvola? »domanda Lloyd, affascinato dall’ardere del cielo sfumato.
«A questo non so rispondere, mio caro Lloyd» replica Hector, guardando anch’egli in cielo.

Il corpo dell’uomo di nome Lester inganna i presenti. Sembra andare a fondo, torna su, si rigira come una boa in balia delle onde. Alla fine se ne va esanime, portato via dalla corrente, mentre le sirene mettono in allarme la città,  gli uccelli ossequiosi volteggiano alti e un’auto sportiva per poco non investe un ragazzino con gli occhi divisi fra lo schermo del telefono e il dramma in scena sul Tamigi.
«Non trovi che la Queen’s House sia più bianca ogni anno che passa?» domanda Hector, mentre una colonia di formiche viene inondata da un fiume in piena di vino e morte.
«L’erba… L’erba del giardino è incredibilmente verde».
«Avranno usato pitture a tempera o a olio? ».
«Scemo».
«L’uomo non solo si è appropriato di nomi appartenenti alla natura per attribuirli alle sue creazioni, si è spinto all’eccesso. Prendi il museo marittimo».
«So già quel che vuoi dire ».
«Nessun uccello avrà mai… ».
«Ali così grandi. Sì, sei un pessimo comico».
«Sono un pessimo comico».

 

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