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Lo scandalo Blue Whale è solo l’ultimo di una lunga serie di inganni mediatici targati Mediaset, abituata a distribuire un giornalismo rimaneggiato sulle sue reti, con picchi di qualunquismo sul quarto canale.
Risale a due primavere fa lo scandalo che coinvolse Quinta colonna e Dalla vostra parte, due talk show largamente noti per il taglio xenofobo e il clima che rasenta la catastrofe nucleare. Se esistesse una graduatoria delle cloache razziste più influenti, Dalla vostra parte sarebbe secondo solo a Facebook. Il palinsesto ci presenta il programma come “approfondimento politico”, ma di politico c’è ben poco e l’unico argomento che viene approfondito è l’utilizzo dell’immigrato come capro espiatorio.

Fulvio Benelli, inviato di entrambi programmi, nell’aprile 2015 ingaggia un figurante per recitare la parte di un truffatore rom e di un fondamentalista devoto all’ISIS. Dietro compenso, la comparsa recita un copione elaborato dallo stesso Benelli, che durante i servizi si presenta come un comune intervistatore di comuni criminali (casualmente di etnia rom o fede islamica).

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La dirigenza prende subito posizione: «Con questi servizi Benelli ha ingannato la buona fede delle nostre testate […] La nostra credibilità nell’approfondire fatti e notizie è nota al pubblico, che non a caso sta attribuendo grande successo a entrambi i programmi. E per fortuna esistono gli anticorpi per individuare ed espellere chi, a questa credibilità, attenta in qualsiasi modo».
Queste dichiarazioni fanno sorridere, specie alla luce dell’uso che il programma fa di interviste e dichiarazioni, puntualmente storpiate in funzione dello scopo: incattivire il pubblico più suggestionabile. Un banale esempio è rappresentato dal video sottostante.

La formula che il programma utilizza è grossomodo quella del reality: l’iperbole, la drammatizzazione e il grottesco. Così, in poco meno di un’ora, si viaggia attraverso le sventure raccontate in diretta tv dagli italiani (radunati in drappelli indignati e chiassosi), si ascolta il punto di vista unidirezionale degli ospiti (solitamente politici di estrema destra) e si assiste al linciaggio mediatico della controparte politica (deputati di sinistra, mediatori culturali, religiosi), il tutto infarcito da una buona dose di vocaboli ricorrenti, da «clandestini» a «invasori», fino all’arcinota formula che recita orgogliosa «prima gli italiani».

Stessa spiaggia, stesso canale, ma un tarocco d’autore ancora più fresco. Un servizio sul terrorismo, andato in onda durante il TG4 del 19 maggio 2017, enumera gli arresti degli aspiranti jihadisti sul territorio italiano, citando il caso di un operaio italo-albanese accusato di aver condiviso materiale riconducibile allo Stato Islamico. Il computer dell’indagato, secondo il TG4 “ha dentro di tutto”, ma la prova schiacciante è rappresentata da un simulatore di attentati, meglio noto al grande pubblico come Assassin’s creed – Unity.

Chiunque guardi queste immagini non può fare a meno di notare le coccarde, le barricate, gli indumenti non proprio alla moda e i bicorni napoleonici in capo alle guardie. Il videogame che “simula l’attacco dell’ISIS al Louvre di Parigi” è uno degli otto capitoli di Assassin’s creed, una saga amatissima dai fruitori del mercato videoludico.
Sembra impossibile che un notiziario a copertura nazionale caschi in una gaffe simile, soprattutto se le immagini testimoniano un contesto storico incongruente con il nostro secolo. Invece, chissà se per malafede o negligenza, Rete4 riesce a storpiare anche l’evidenza.

Un episodio sul quale non vi è il minimo dubbio coinvolge il programma più seguito della fascia pomeridiana Mediaset: Pomeriggio5.
Barbara D’Urso, già denunciata dall’Ordine dei giornalisti, ricade nel sensazionalismo della TV del dolore con il caso di Alberto Loris Stival, ucciso a Santa Croce Camerina nell’autunno del 2014.
Alessandra Borgia è l’inviata nel ragusano; una giornalista audace e prorompente, che nel corso della puntata si lancia all’inseguimento di un testimone per strappare un paio di dichiarazioni scottanti. D’Urso preannuncia ai telespettatori lo scoop e tutto si conclude per il meglio, peccato che i filmati del fuori onda testimonino una dinamica degli eventi differente.

Altro giro, altra intervista. Prendete Mattino cinque, Salvini e una surreale (inverosimile – ndr) intervista a una ragazza rom, che dichiara spudoratamente di guadagnare 1000 euro al giorno scippando le vecchiette. Indovinate? Tutto falso. La redazione di Servizio Pubblico (La7) rintraccia la protagonista del servizio, che racconta alle telecamere di essere stata pagata da una giornalista incontrata fuori da scuola.

È buffo che alcuni di questi fattacci siano stati portati alla luce proprio da Striscia la Notizia, baluardo di Canale 5 che ci rincuora, dimostrando che all’interno di Mediaset l’informazione pulita esiste; certo, se non fosse che due storici cronisti del programma, Fabio e Mingo, sono finiti a braccetto nell’occhio del ciclone per avere inventato la storia di un avvocato che esercitava la professione abusivamente. Risultato: apertura di un’inchiesta presso la procura di Bari e giornalisti silurati, ma ai piani alti di Mediaset, nessuno si scompone, nonostante il susseguirsi dei casi.

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Quelli appena vagliati, sono reati che rientrano a pieno titolo nella macrocategoria della manipolazione mediatica, ma non tutta la disinformazione è fatta di fake news e fotomontaggi. Esiste una tecnica più subdola e per toccarla con mano non dobbiamo nemmeno allontanarci dal notiziario satirico di Antonio Ricci.

Da qualche mese, infatti, impazzano sul web i video di Luca Donadel, studente di scienze della comunicazione con la passione per la telecamera. I suoi argomenti sono gli stessi cavalcati dalla controinformazione e il video che lo ha portato sotto i riflettori nazionali si chiama La verità sui migranti e come Vice ha già chiarito, di verità, dentro a quel video, ce n’è ben poca.

Senza soffermarci troppo sul video, notiamo come Donadel voglia unicamente inserirsi nella bagarre che negli ultimi tempi ha portato a sospettare delle ONG, accusate dai “giornalisti antisistema” di essere in combutta con gli scafisti libici. In pochi giorni, la fanbase di Donadel schizza alle stelle, Salvini lo condivide sulla sua bacheca, le ospitate a Matrix si susseguono, idem su Panorama. Infine, l’eco mediatico di Striscia la notizia.
Il comune denominatore è sempre lo stesso: Mediaset, Gruppo Mondadori, Silvio Berlusconi.
La parte più curiosa del caso, però, la troviamo al termine della fantasiosa teoria di Donadel, che prima di congedarsi invita il pubblico a leggere Profugopoli, edito da Mondadori e scritto da un signore di nome Mario Giordano. Chi è Mario Giordano? Un giornalista. Uno scrittore… E naturalmente il direttore del TG4.

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Riprendiamo in mano il telecomando e passiamo al canale successivo. Italia 1, il palinsesto più fresco di Mediaset, ricco di intrattenimento trash e madre del programma d’informazione più approssimativo di sempre, Le Iene, in quel limbo fra intrattenimento e informazione. Diete miracolose, soldi pubblici per orge gay e solo in ultimo il gioco mortale chiamato Blue Whale.
Si potrebbe riempire un libro con tutte le mezze verità delle Iene, già ampiamente documentate dai siti di debunking (la verifica di affermazioni e fatti di cronaca – ndr), pertanto trovo sia più interessante riesumare dal recente passato Open Space, un social talk condotto da Nadia Toffa (Le Iene) per quattro serate nell’ottobre del 2015.
Prima puntata, vaccini. La Professoressa Susanna Esposito, docente di Pediatria all’Università Federico II di Napoli contro il Professor Stefano Montanari, anti-vaccinista reso celebre da Beppe Grillo.

Il format prevede un classico dibattito a due, spezzato saltuariamente dagli interventi del pubblico tramite i social. Chiunque, senza qualifica, può partecipare al dibattito, dalla mamma antivax al sig.Montanari, ospite in studio senza aver mai compiuto una ricerca di rilevanza scientifica.
A titolo di esempio, apriamo il suo libro a pagina 44: «Incidentalmente, sarà un caso, ma Reggio Emilia ospitò per decenni un manicomio immenso, e chi arriverà alla fine di queste pagine forse collegherà quel fatto (qualcosa è restato nell’aria?) con gli episodi che legano quella città a casi di follia conclamata».

Si può forse pensare che questa persona sia affidabile? Direi proprio di no, dal momento che le pubblicazioni scientifiche si smentiscono con altrettante pubblicazioni, non tramite libri di nessun valore scientifico in cui si insinuano “follie generalizzate” con la complicità di case editrici che sfornano capolavori come “Il club Bilderberg, la storia segreta dei padroni del mondo”.

Arrivati a questo punto, quale sia lo scopo di Nadia Toffa è più che palese. Sminuire la credibilità della Comunità scientifica, mostrarne uno spaccato che non corrisponde al vero, in cui al ricercatore “tradizionale” si contrappone il “luminare antisistema”. Un comportamento intrinsecamente ingannevole, dal momento che il numero di teorici del complotto, di antivaccinisti e venditori di fumo è infinitesimale rispetto a quello dei professionisti.

 

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Quella che avete appena letto è soltanto una piccola finestra sul mondo del giornalismo contemporaneo e i suoi viscidi trucchetti. Politici come Salvini e reti come Mediaset contribuiscono a infettare l’opinione pubblica, testimoniando ancora una volta che il web non è l’unica industria di fake news. C’è bisogno di educare i lettori alla verifica delle notizie, allevare un elettorato che sceglie consapevolmente, un elettorato che merita il rispetto di chi si propone di informarlo e che sa scegliere di chi fidarsi.

 

 


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