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Il signor Mose era nel pieno dello sgobbo quando Bony, il faccendiere, piombò nel locale macchina per avvisarlo di una chiamata urgente. Era un torrido pomeriggio di fine estate e Mose si ostinava a sfidare le esalazioni della sala caldaie, dandosi la pena di riabilitare una caldaia che sembrava avesse incontrato la guerra. Faceva pausa ogni tre quarti d’ora: si ripuliva i palmi, mollava gli arnesi sul posto e si concedeva una sigaretta due metri sotto, al piano zero del montacarichi.
Mose prese la chiamata direttamente in guardiola. Il portiere aveva lasciato il ricevitore appoggiato sull’elenco telefonico, appoggiato a sua volta sull’elenco ostelli e alberghi di Barcellona. La voce dall’altro capo non portava buone nuove, parlava con tono austero, incerto ma composto, era la voce di suo fratello, che gli chiedeva se in quell’istante, sotto al suo sedere ci fosse una sedia o un altro corpo morbido. Mose, che si sforzava di non perdere la presa sulla cornetta, appoggiò una spalla al vetro della guardiola e cieco per l’apprensione gridò all’interlocutore una serie di rimostranze che evito di riportare qui, ma che a Jònas (così si chiamava suo fratello) arrivarono forti e inequivocabili.

I quindici secondi che vennero dopo, rappresentano in assoluto gli istanti più disordinati dell’intera vita di Mose Pajaso; più disordinati e sconcertanti di quando gli telefonarono per dirgli che era diventato padre per la prima volta, o quando, quindicenne, apprese di poter più giocare a pallone per un difetto della valvola mitralica. Anche il suo vecchio, Antonio Dalmanto Pajaso, soffriva di cuore, a tenerlo in vita ci pensavano due peacemaker.  Come Mose, anche il fratello era costantemente in pensiero per il vecchio, e in questa sventurata circostanza, si ritrovava il peso di annunciare la dipartita. Mose sobbalzò nello scoprire che l’esistenza del padre era stata rubata da una mano armata di piede di porco.
Erano entrati da un balcone che affacciava su Carrer de Sant Pau, irrompendo nella camera da letto in cui riposava l’anziano. Dietro minaccia gli avevano estorto il codice di una misera cassaforte e ripulito la casa di ogni prezioso, prima di andarsene come erano arrivati, ma lasciando un corpo esanime sul marmo freddo della sala da pranzo. Sua moglie, la signora Arenales, era scampata al massacro perché era fuori con la figlia a fare spese, ma Jònas riferiva che al momento si trovava in stato di shock. L’avevano messa su una carrozzina su cui si era comodamente appollaiata senza smettere di ripetere il nome di Mose, cadenzando le sillabe.

Senza preoccuparsi di ammazzare la sigaretta e trovarvi un posacenere, l’uomo si fiondò fuori dell’albergo; Mose mutava il ritmo da galoppo a passi affrettati per non affaticarsi. El Raval si trovava a una manciata di fermate di metropolitana, ma nemmeno la premura, in cinquant’anni di vita, era riuscita a pacificare Mose Pajaso e gli spazi chiusi, perciò scavalcò l’idea, rassegnandosi a sessanta minuti di fuoco.
Mentre un mozzicone esalava i suoi ultimi sbuffi sulla moquette di una hall arredata grossolanamente, un tipo allampanato con le occhiaie ai piedi e la faccia sfatta riprendeva fiato con il culo sul cemento, di fronte alla Camera di Commercio. La testa incessantemente attraversata da lampi di memoria che si avvinghiavano al gozzo, le lacrime a tradirlo di soppiatto, il sole delle tre sul cranio, imperlato di sudore e acqua di fontana.
Decise di chiamare un taxi. Mise una mano alla tasca del pantalone e solo allora realizzò che i suoi calzoni erano appesi alla gruccia sistemata nel ripostiglio del locale macchine, vicino al gilet e al portafogli con dentro il denaro. Imprecò a gran voce, bestemmiò con le mani piene di rabbia e alla fine pianse di nuovo. Sapeva che ad aspettarlo c’era un cadavere e una famiglia in lacrime, ma l’urgenza che lo stringeva non era materiale, non era il concreto ritardo, ma il timore di un destino capace di rivoltarlo come un calzino, magari per un motivo, magari per capriccio. Qualcuno lo osservava dare spettacolo, altri si allontanavano intimoriti. Solo una donna giovane, di bell’aspetto e con gli occhi più freddi che Mose avesse mai visto gli diede ascolto. E credito.

«Turista?» domandò il tassista, affacciandosi dal poggiatesta con in faccia stampato un ghigno innaturale.
«Nato e cresciuto qui» rispose sbrigativo, aggiungendo la destinazione. In radio andava una musica dolce e cupa, del tutto simile all’overture di un film noir. Il tassista parlava dell’effetto miraggio creato dai fumi dell’asfalto, i tombini segnalavano rumorosi il procedere della vettura; Mose pensava a come, nella cultura collettiva, fosse ingiusta e dilaniante la sopravvivenza di un padre al figlio. Non gli pareva affatto.
Provava vergogna, pensava fosse puerile, ma l’immagine che aveva di suo padre non era mai stata sciupata dagli anni, anzi, ne faceva ogni giorno un quadro più nobile. Se lo figurava freddo e immobile, con la testa posata di lato e il braccio sotto al tavolino di cristallo, come nel disperato tentativo di aggrapparsi alla vita. Quello che Mose amava di lui, era ciò che poteva fare con lui. Sul balcone anche di inverno, sfumacchiavano, parlottando da buoni amici della giornata appena trascorsa. Chiacchieravano con la luce diurna che andava consumandosi oltre i palazzi, l’odore del sugo fuggito dalla pentola, i rumori del traffico di sotto.
Il tassista era zitto da un po’, ogni tanto indicava un palazzo o un giardino tessendo le lodi dell’urbanistica catalana. Nel rivolgersi a Mose, aveva il vizio di voltare completamente il capo, incurante della strada.

«È turbato, signore? Mi sembra molto stanco». Mose fece di no con la testa e abbozzò un lieve sorriso, che il tassista ricambiò con sospetto. Aveva dei denti orribili; Mose pensava che nemmeno un apparecchio avrebbe potuto limitare i danni di quello scempio. Da un cartone di pizza appoggiato al cruscotto spuntavano un avanzo di torta e una crosta sbocconcellata.
«Sa, io inganno il tempo scambiando storie con i turisti, ma non disdegno quelle dei miei compaesani. Cosa fa nella vita? ». Mose cominciava a detestare quella traversata e ansante per l’angoscia rispose col tono di chi non ha scelta.
«Non voglio sembrarle maleducato, ma… per favore» lasciò intendere, mentre l’imbarazzo si faceva largo nel silenzio. Al rumore dell’intralcio emotivo si aggiunse quell’intralcio fisico; il traffico era congestionato da un semaforo che andava e non andava, una fiumana di persone si riversava in strada, sfiorando i veicoli.
«La capisco, io mi metto a parlare per intrattenere i passeggeri, li distraggo dal caldo schifoso e la pelle nera dei sedili, che non è un concerto di profumi, però-».
«Scendo qui» interruppe Mose.
«Va bene, va bene. Conversazione in silenzioso».
«Mi farebbe scendere?» incalzò Mose, lanciando un pugno d’arroganza sul suo tono. Il tassista perse le sue maniere sboccate e si fece serio. Allungò la mano verso Mose, che a sua volta allungò la sua unica banconota, insistendo affinché tenesse il resto.
«Lo scontroso virtuoso» spernacchiò intascando i soldi, mentre Mose scendeva dall’auto accusando la battuta nel peggiore dei modi.
Si fermò improvvisamente, chinò il capo verso il finestrino e rivolgendosi al tassista, chiese quanto potesse essere solare, secondo lui, un uomo consapevole di essere destinato a trascorrere tutti i futuri compleanni in concomitanza dell’anniversario della morte del padre. Evitò di aggiungere che il vecchio fosse morto ammazzato durante una rapina, il tassista era già abbastanza sconvolto, così Mose si dileguò nel traffico, verso Raval. La scia variopinta di Barcellona gli avrebbe schiarito le idee, come sempre.

Mose Pajaso era un bravo padre e un onesto lavoratore, ma si sentiva incapace di qualcosa. Non aveva la risolutezza che contraddistingueva gli uomini della sua famiglia. Suo nonno, Salvador Vesperino Pajaso, contava un repertorio pressoché infinito di miti sulla lotta di classe e aneddoti che ritraevano i borghesi come uomini votati al lavoro con ogni lembo della propria pelle. Suo zio aveva prestato servizio presso un ospedale da campo durante la Guerra del Golfo e suo padre aveva lottato, progressivamente, coi lavori sottopagati, i turni senza fine e la cassa integrazione. A lui, Mose Pajaso, andava quasi tutto bene, salvo muti e debiti che non si estinguevano mai. Era forte, sì, ma non sentiva di avere la stessa groppa sulla quale sedeva da piccolo.
Giunto nei pressi della Rambla, Mose attraversò un mercato chiassoso e imboccò un vicolo che tagliava obliquamente l’isolato. Barcellona è la città di chi vive i quadri, dove si cammina in una bolla di calore; musi pallidi, coloriti, in giacca come in bermuda condividono per pochi istanti la stessa aria. Superò il portone verde di Carrer de Sant Pau, attraversò il cortile e salì le scale; sul pianerottolo lo aspettava Jonas, suo fratello, preda del pianto e del singhiozzo. La porta era socchiusa, lanciava sul pianerottolo una luce fine e dorata, oltre la quale Mose riusciva a vedere sua sorella Monica. Entrò a passi strascicati, avvertiva un odore sbagliato, che non apparteneva a quella situazione, tragica, di morte violenta. Gli parse di identificare l’odore dei biscotti che sua mamma cucinava ogni tanto. Un vaso di fiori era stato rovesciato, il pavimento era pieno di impronte e strisciate indefinite, dove prima c’era una vecchia cassettiera in rovere, ora dimoravano pezzi di legno, vetri e sbavature di rosso. Le botte che il padre aveva preso la mattina stessa. Seduta in un angolo della sala, sulla carrozzina di cui il fratello gli aveva parlato, Mose vide la signora Arenales struggersi, piangendo a piena voce la pena di dover guardare negli occhi slavati, senza vita del marito. Sentì il cuore fermarsi, la vita uscirgli dal corpo. Mose non si sentiva pronto, non voleva farlo, ma la sua mano era già sulla maniglia della camera da letto, oltre la quale lo attendeva un padre defunto, che solo allora sarebbe diventato reale, un sadico scherzo del destino. Varcò la soglia senza nemmeno rendersene conto, come se l’urgenza lo avesse spinto dentro, ma una mano lo afferrò improvvisamente e una voce lo richiamò alla vita. Mose si voltò e vide il defunto padre, che gli gridava in faccia auguri, bastardo! , innescando una serie di reazioni che stravolsero il dramma in farsa. Frastornato e furioso, Mose osservò i palloncini levarsi fino al soffitto, le voci divenire un coro e sua moglie ridere, prima di stampargli sulla guancia un bacio di compleanno che gli parve un pugno, ma niente in confronto al giorno in cui suo padre era morto.

 

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