Copia di Copia di Catoptrofobia

Ma guardatemi. Sono ridicolo. Sotto a un tavolo con la schiena al muro, il fiato corto, i denti stretti, le orecchie in paranoia, in attesa di qualcosa che potrei aspettare con meno ansia, dal momento che arriverà comunque. Non so come abbia avuto inizio. Da che ho memoria, la paura dei tuoni mi ha sempre tenuto in scacco. Quando arrivano, è come una partita ad acchiapparello dentro a un negozio di chincaglierie senza pareti e senza chincaglierie. Ti trovano sempre.
So che bisognerebbe avere paura delle malattie, della fame, della morte. Quelle sono cose cattive, i disastri nucleari sono cose cattive, ma i tuoni no. Non si dovrebbe avere paura di qualcosa che non può farti del male, quindi sono io il pazzo o l’unico che ha capito? Perché odio i tuoni?
Li odio perché i tuoni sono peggio, sono sadici. Invece Nina e Tore, i miei due coinquilini, dicono che sono affascinanti, che il rombo crea suggestione e che è normale che poi ne vengano altri. Creano atmosfera, dice Nina.
Per Nina tutto “fa atmosfera”, ma la realtà è che Nina è un’ipocrita di prima categoria. Una volta il vicino si è messo a trapanare il muro, proprio di fianco al mio orecchio. Sette e quindici della domenica. Ha preso a bucare la parete, io mi sono incazzato, Nina mi ha sentito dare i numeri, è venuta da me e al termine di un surreale scambio di battute, mi ha detto di non farci caso e di pensare a quanto sarebbe stato bello godersi il silenzio non appena fosse caduto sulla stanza. Capito? Ha preso le parti del tizio che fora i muri alle sette e quindici del mattino, non quelle del suo coinquilino.
Tore li trova ispiranti. Ma Tore è un artista. È un paesaggista, anche se in realtà si occupa solo degli sfondi nei fumetti. Le forme aguzze delle montagne sono il suo pane; il fragore improvviso che scuote la sua matita pare lo faccia felice, che “dia maggiore irregolarità ai picchi”. Non diresti che è un pessimista cosmico. Legge Baudelaire, Pavese e ovviamente il Giovane favoloso, ma è stato Werther a dargli l’ispirazione per quello che, a detta sua, rappresenta l’apice artistico del suo Kilimangiaro. È una salamella scheggiata sui lati, la buccia a penzoloni, sforacchiata con un trincetto e messa sott’olio e sale, dentro una teca ricoperta di vasellina. I dolori del giovane Würstel. Lui dice che è arte, io sostengo sia una cazzata, o alla peggio il grido disperato di uno schizofrenico.

Non che io viaggi molto più dritto… Prendiamo ieri pomeriggio, cielo nuvolo che minaccia pioggia, sull’asfalto nemmeno una goccia. Attendo che Tore rincasi e andiamo a farci una corsetta al parco. Non cadeva mezza goccia, ok? Anzi, il cielo si è diradato, ho sentito gli uccellini fischiare, e nessuno, dico, nessuno, che fosse inquieto quanto me. Poi cadde, all’orizzonte, una saetta dentellata che affondò nel cielo, recidendo una fetta di nuvole dentro cui inserire il rombo, che si accomodò alla perfezione. Tore era lì che si sgranchiva, io me la filavo. Mi ha rincorso per chilometri, prima di riuscire a fermarmi.
Quante giornate ho rovinato a quel poveraccio; già mi sembra di trovarmi in una coppia di tre persone, sarebbe meglio evitare certi disagi. Quando siamo tornati a casa, me ne sono stato per i fatti miei. Fatti molto miei. Non ho mangiato, dormito, pensato a nulla fuorché i tuoni. Quando arriva un temporale sono poche le cose da fare: cercare un luogo isolato e senza finestre, ficcarsi in un angolo da cui controllare tutte le direzioni, concentrarsi sul rumore della pioggia e sperare che nel frattempo Nina e Tore abbiano alzato il volume della tv. Ho delle regole, altrimenti vado in iperventilazione e addio!
Nina prova a rincuorarmi, ma in questi momenti non posso sentirla. Ovattato, è tutto offuscato, camuffato nell’olfatto, il tatto, l’udito, con gli oscuri molestatori in agguato e la paura che si arrampica ai polmoni, mi blocca la trachea e ottura le cavità nasali, procurandomi un’illusoria sensazione di soffocamento. Gli occhi sono gli unici a restare vigili.

La peggiore esperienza che io ricordi, iniziò con uno schiaffo alla finestra. Il nemico invisibile aveva preso a soffiare sulla casa, a sbattere quella finestra ripetutamente, contro il muro, come posseduta dal dio dei fulmini in persona. Gli scarabocchi di Tore invasero la stanza, la luce se ne andò, tornò, rimase stabile qualche minuto e poi cadde definitivamente. Ci fu un silenzio interminabile, robusto e composto; Nina e Tore erano visibilmente scossi, ma non volevano darlo a vedere. Poi il cielo scoppiò in un baccano assordante, le loro facce raggelarono.
Fui preso dal panico, iniziai a correre su e giù per la stanza; inveivo contro il cielo, ma le corde vocali erano guastate dal terrore. Finii contro l’armadio, contro il tavolo dell’ingresso, un vaso andrò in pezzi. Non l’ho visto, ma l’ho sentito. Decisi di guadagnarmi il silenzio dello sgabuzzino. Uscii e rientrai un paio di volte senza capire il motivo per cui non riuscissi a sentirmi al sicuro, a stare fermo. Scesi nello scantinato, la porta era sbarrata, risalii le scale ma persi l’equilibrio e rotolai scomposto lungo tutta la gradinata. La porta della cantina arrestò la mia caduta.
Sentivo il sangue fra i denti e la vista non riusciva a mettere a fuoco. Una figura dai contorni sbiaditi venne a soccorrermi, doveva essere Tore. Non lo so, in realtà ho immaginato si trattasse di lui, non ne ero certo, ma chi altri poteva essere? Una mano amica mi carezzò sotto gli occhi dandomi l’illusoria certezza che la mia previsione fosse esatta, ma un’altra mi immobilizzò, qualcuno mi legava gli arti inferiori. Affondai i denti nella mano dell’aguzzino e cercai una via di uscita. Il mio corpo si fece spazio, riuscii a divincolarmi dalla morsa. Chissà dov’era Nina. Non avevo più amici.
Era chiaro, o forse no, ma il temporale godeva di alleati che agivano con lui, contro di me. Quando ormai pensavo di essere fuori di lì, la mano tornò per finire ciò aveva iniziato. Non avrei voluto, ma ho usato nuovamente la forza, pregando non si trattasse di Tore. Sotto un cielo che ululava terrore, che ci aveva messo gli uni contro gli altri, in una lotta durata minuti, forse ore, forse pochi istanti, accadevano cose strane che divennero niente. Una siringa mise il punto alla faccenda; io crollai.
Non so ancora come siano andate le cose, ma al mio risveglio tutto era al suo posto. Perfino il vaso. So anche che con Tore non servono parole; lui per me, io per lui.

Siamo andati a fare due passi al parco,  una quercia aveva travolto un chioschetto, sfracellando il muso di una monovolume color… Non lo so il colore, somigliava più a una scatoletta di tonno che a un’auto. Paura irragionevole, dicevano. Sì, so che queste conferme portano solo a un’acutizzazione della mia paura, so che le premure di Nina non servono a niente e so che Tore pensa di aiutarmi facendo la voce grossa ogniqualvolta corro a nascondermi, ma sembra che mi debba arrendere ai miei difetti.
Lo strizzacervelli di Tore dice che una terapia basata sull’ascolto di rombi diversi per durata e intensità aiuterebbe ad affrontare il fottuto nemico invisibile. È questo che mi fa impazzire, non poterlo guardare negli occhi, non poterlo prevedere. Un nemico invisibile è sempre un passo avanti a te. Ti spia mentre tu lo cerchi, ti sorprende di spalle, sogghigna nell’ombra. Riderà della tua semplice paura di annusarlo, di come un «bu» sussurrato all’orecchio possa avere l’effetto di un pandemonio.

Un’altra volta, presi da uno schizzo di Tore, organizzammo un picnic in pieno marzo. Adoro i picnic, le grigliate e tutte quelle volte che mangi più di quanto normalmente ti spetterebbe, ma quel giorno c’era qualcosa che proprio non riusciva a convincermi, come se gli ingranaggi della vita fossero da lubrificare.
Facemmo una ventina di chilometri di costa, umiliati dai treni che ci filavano affianco, nascondendo il mare alla nostra vista. Mi piace un sacco guardare la strada, mettere la testa fuori, sentire la brezza che passa perfino fra i denti. Sembra quasi che l’aria ti sciacqui la faccia. Come sempre, quel giorno faceva eccezione. L’aria del posto era densa e salmastra, l’inquietudine montava senza ragione e il cielo sulle nostre teste non sembrava affatto clemente. Non era stagione per sdraiarsi tranquilli al sole, non era stagione per primule e margherite, e anche se lo fosse stata, in spiaggia era davvero difficile vedere crescere primule e margherite. Non era nemmeno stagione per fare il bagno, i lettini erano impilati contro le cabine doccia e delle enormi dune di sabbia torreggiavano sul bagnasciuga, come rinforzi contro le mareggiate.
Facemmo un torello, quel gioco in cui uno sta in mezzo e gli altri si passano la palla cercando di non fargliela intercettare. Mi sacrificai per quasi tutta la partita. Primo, mi piace correre; secondo, quando tocca a Nina rischi di diventare vecchio, perché di andare su e giù di corsa per lei non se ne parla, quindi la partita si ferma, nessuno muove più un muscolo e sotto il sole a cuocere per passatempo io non ci sto di certo.
Alla fine passammo al torello in mare, ma Tore preferiva intrattenersi affogandoci per gioco, i suoi capelli luccicavano di riflessi quasi argentei, mentre gli occhi avevano mischiato il verde naturale al colore delle onde. Salì sul pontile che solcava la baia, risalendo i pioli come un modello di una marca di profumi sull’orlo della bancarotta (visto il figurino che poteva permettersi). Tore strusciò le natiche gelatinose al legno, accarezzandosi la peluria pettorale, concentrata unicamente intorno ai capezzoli. Ora si fingeva un culturista, ora Michael Jackson o forse Carla Fracci. Il rumore delle risate era fortissimo. Più Nina rideva, più io annaspavo. Più Tore si denudava sotto le note sensuali di una musichetta canticchiata a labbra strette da egli stesso, più le mie narici si muovevano in maniera irregolare. Puntai la terraferma, ma la riva compariva e scompariva senza motivo, le onde la toglievano dal mio campo visivo; sabbia, acqua, sabbia, acqua, sabbia e poi soltanto acqua. Giù, sempre più giù. Sotto.
Dopo il buio ci fu il viso di Tore, eravamo sul bagnasciuga. Con gli occhi vedevo il cielo, Nina gridava il mio nome. Capii subito cos’era successo, ma i miei occhi non rimasero aperti abbastanza per catturare un istante di più. La pioggia mi batteva sul petto, sotto al petto il mio cuore batteva.
Mi svegliai a casa, il dottore era già passato, a quanto pare non ero morto. Ma non stavo bene. Nel senso che, anche se non gli importava, anche se mi volevano e mi vogliono bene nonostante i miei problemi, sapevo di aver rovinato una giornata perfetta, un momento prezioso buttato al vento per colpa della mia stupida fobia. E alla fine della fiera, da quel giorno qualcosa è cambiato? No, perché il nemico invisibile è sempre in agguato e io sono ancora qui, sotto a un tavolo, con la schiena al muro, il fiato corto, i denti stretti, le orecchie tese e gli occhi un po’ meno sbarrati, a guardare i nomi dei miei coinquilini scolpiti nel legno. Gli innamorati pensano che incidere il proprio nome nella corteccia di un ippocastano -o sulla gamba di un tavolo da cucina- serva a testimoniare il proprio passaggio, che il cuore è forte del sentimento che li lega. Ma si sbagliano, non sanno nemmeno cosa sia un cuore forte. Non sanno cosa significhi possederlo, non hanno una lontana di idea di quanto spavento debba sopportare un cuore forte, un forte cuore di cane capace di resistere a qualsiasi, dico qualsiasi, scoreggia del firmamento.

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