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A quanti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di proiettarsi nella mente di un terrorista? E quanti, fra coloro che ci hanno provato, sono riusciti a vedere al di là della semplice devastazione che il terrorista porta con sé?
Le nostre fantasie difficilmente tengono conto dei fattori correlati al fondamentalismo; provenienza, estrazione sociale, disturbi mentali, indottrinamento.
Ciò che accomuna questi film è la nitidezza con cui i registi lasciano spiare l’animo dei protagonisti, i terroristi. Four Lions, Imperium e Il fondamentalista riluttante sono storie che si inseriscono perfettamente nelle lotte sociali e religiose del nostro tempo. Sono tutte vicende ambientate nel nostro mondo, quello del prospero Occidente, dove la paura dell’immigrato e del vicino di pianerottolo coesistono, e convergono nell’atto estremo e brutale di comunicare il proprio malessere con il sangue.

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Omar (Riz Ahmed) è un addetto alla sicurezza di un centro commerciale, vive in Inghilterra con la sua famiglia, ha amici e colleghi di diverse nazionalità, ma è schiacciato dal sentimento di inadeguatezza che colpisce i musulmani occidentali. Sua moglie Sofia lavora in ospedale e il piccolo Mahmud frequenta le scuole elementari. Da fuori, quella di Omar appare una famiglia di musulmani moderati, felici e ben integrati, a differenza del fratello di lui, Ahmed, che non accetta l’emancipazione della cognata, la quale vive all’occidentale, non si attiene ai dogmi e “pretende” perfino di condividere la stanza con un uomo che non sia suo marito. Quale fra i due uomini appena descritti direste più vicino all’estremismo islamico?


Un gruppo di fondamentalisti estremamenti imbranati è sinonimo di fallimento o è il preludio di una catastrofe?
Omar vuole diventare un martire e per farlo, mette in piedi un gruppo di improbabili jihadisti: Hassan, un ragazzino dalle idee confuse che scrive rap-jahdisti, Waj, così tonto da non saper distinguere un coniglio da una gallina, Faisal, (in)esperto costruttore di esplosivi e Barry, unico inglese e mina vagante del gruppo. Non sanno imbracciare un’arma, costruire un detonatore, usare un lanciamissili senza mancare il bersaglio o confezionare un video di rivendicazione terroristica che non li faccia apparire verosimili come un lottatore di sumo anoressico.
Non hanno la più pallida idea di chi o cosa colpire, probabilmente nemmeno in cosa credere, eppure, continuano a pianificare la strage, a scrivere un progetto di morte in bilico fra l’estrema imbranataggine e l’inquietante convinzione che imbottirsi di esplosivo sia l’unica strada per mandare un messaggio. Gli intoppi e i successi che si susseguono nell’avvicendarsi degli eventi ci trascinano nella frustrazione, nell’indecisione e nei complessi dei protagonisti, creando un filo di complicità fra lo spettatore e colui che potrebbe rappresentare il suo stesso carnefice, l’artefice di decine o centinaia di morti.

È questa convivenza fra autodistruzione e ilarità a rendere Four Lions un film malvisto. Chris Morris sapeva di scrivere una black comedy spinosa, indigesta ai più, ma gli innumerevoli ostacoli di pre e post-produzione -prima con i rifiuti di BBC e Channel 4 e poi con le stroncature della critica- non hanno frenato il regista, consapevole di chiedere tanto allo spettatore… Tanto quanto è pronto a restituire. Il fine ultimo di Morris è quello di mettere lo spettatore in una posizione scomoda, di costringerlo a chiedersi se dietro a un attentato terroristico si nasconda un significato più profondo di quello riscontrabile sul piano narrativo del massacro. La risata, che indigna perché sfoggiata sui corpi ancora caldi, è solo un mezzo e ciò che resta sulle labbra dello spettatore è solo un sorriso amaro, che non si distenderà mai, per l’intera durata del film.

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L’FBI è sulle tracce di una partita di cesio ritenuta nelle mani di alcuni supremazisti bianchi. L’agente Nate Foster (Daniel Redcliffe) prende in carico l’operazione e si infiltra nel gruppo neofascista di Vince Sargent con l’intento di attirare l’attenzione di Dallas Wolf, un cospirazionista che predica odio razziale dalla sua emittente radiofonica, invitando migliaia di esaltati ad armarsi e scendere in strada.
Nate inizia a frequentare gli skinhead, a studiarne le ideologie, indagarne le intenzioni, i movimenti, ma soprattutto le contraddizioni. Col passare del tempo, scopre l’esistenza di innumerevoli gruppi, alcuni dei quali estremamente sfaccettati, dove convivono antisemiti invasati, studentelli annoiati e brutti musi smaniosi di violenza. L’esistenza di questa rete è permessa anche da Gerry Conway, un uomo affabile ed estremamente gentile, con una bella famiglia e una grande villa in cui ospita grotteschi barbecue nazifascisti che stridono fortemente con la facciata pulita dell’uomo. Nate frequenta manifestazioni, ritrovi skinhead e la casa di Gerry, col quale stringe un legame quasi fraterno. Ottenuta la fiducia di Andrew Blackwell, un leader cristiano intento ad addestrare delle milizie, la situazione si fa tesa e irrespirabile. Originariamente orientato a un obiettivo, la caccia al topo di Nate Foster cambia del tutto prospettiva e ne rende complicato lo sviluppo.

Quando un poliziotto sotto copertura si infiltra in una cosca, finisce sempre per farsi influenzare, lasciandoti nel dubbio che agisca sedotto dal crimine o mantenendo il suo patto con la legge e lo spettatore. Troppo prevedibile, almeno per un film ponderato come Imperium, che fa dello studio del potere bianco la chiave di volta dell’intera storia.
L’agente Nate Foster non va in missione digiuno delle ideologie che combatte, approfondisce l’etnocentrismo, legge i più celebri manifesti della letteratura superomica, recita magistralmente il suo copione di ex marines deluso dal suo Paese. Il regista ritrae un microcosmo di fanatici tutt’altro che inverosimile, mimetico e insondabile quanto contraddittorio e ideologicamente diviso; forse per questo, ancora più sinistro e imprevedibili. Mitomani, fascisti intellettuali e venditori di odio che lucrano sul malcontento popolare, di cui Nate Foster comprende infine la discriminante che li unisce, il vittimismo, e la chiave per salvarli, la parola.

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Ci troviamo all’alba del decennio corrente, le strade di Lahore, in Pakistan, sono infiammate dalla protesta di studenti insoddisfatti. Il numero dei manifestanti cresce di pari passo col rischio di cedere al fondamentalismo, stimolato dall’imperialismo americano ai danni dei pakistani.
Con queste premesse e questo clima, il giornalista statunitense Bobby Lincoln (Liev Schreiber) intervista Changez Khan (Riz Ahmed), un analista finanziario che ha vissuto a lungo negli States tornato in Pakistan per fare il professore. Khan è sospettato di essere coinvolto nel rapimento di un reporter americano e questo dubbio resta vivo per tutto l’intreccio narrativo, durante il quale il professore racconta il suo recente passato diviso fra due mondi così simili e così diversi.
Changez Khan parte dai suoi ricordi newyorchesi. Era fidanzato con Erica, una brillante fotografa statunitense; era perfettamente integrato, lavorava a Wall Street,  faceva carriera. Dopo l’11 settembre 2001, tuttavia, la sua percezione del mondo si capovolge; anzi, è il mondo stesso a capovolgersi. L’inasprirsi dei pregiudizi, dei controlli e della diffidenza nei confronti dello straniero, del musulmano, stracciano lo status sociale, l’integrazione e tutto ciò che di occidentale c’era in Khan, che sceglie di riavvicinarsi al suo popolo, alla terra tenuta in scacco dalla “democrazia” americana.

Tratto da Il fondamentalista riluttante dello scrittore pakistano Mohsin Hamid, questa trasposizione rappresenta senza dubbio uno dei migliori paradigmi cinematografici degli ultimi dieci anni. La regia ha un ritmo serrato, senza indugi o virtuosismi, la fotografia sbiadisce alla perfezione gli sfondi e gli animi dei pakistani, la sceneggiatura scava nei malumori del protagonista, parole a mezza bocca sulla presunta radicalizzazione, senso di smarrimento dovuto alla condizione di straniero nella sua nazione. A prescindere dal finale, l’interrogativo che investe lo spettatore è uno soltanto: si può criminalizzare il sentimento di liberazione provato da un pakistano dopo un attentato di matrice islamista?