Cattura

Dubito che lo ius soli sia oggetto di un braccio di ferro, come dubito che sul tema possa esistere una concreta divergenza ideologica, un confronto fra destra e sinistra, conservatori e progressisti, nazionalisti e mondialisti. Dubito, perché ritengo non esista una questione che dia senso al dibattito.
Ci troviamo di fronte a una sequela di argomentazioni caricate a salve, la verità è una sola ed è tremendamente semplice.
Negli ultimi mesi, partiti più o meno autorevoli e giornali più o meno degni di questo nome hanno condotto una campagna di disinformazione farcita di etnocentrismo, allarmi sociali e spolverata, a piacere, di patriottismo d’accatto.


Racconto uno spaccato di Tagadà, dalla puntata andata in onda il 18 settembre 2017. Fra gli ospiti della trasmissione, una fortissima ricusatrice dell’immigrazione, l’On. Viviana Beccalossi, che ha avuto modo di ascoltare la storia di Alima, di anni trentuno, originaria del Mali, residente in Italia dall’età di tre. Per avere un quadro fedele della situazione, occorre sapere che la voce di Alima ha una spiccata inflessione dialettale; lei stessa dichiara di  sforzarsi, sotto l’occhio della telecamera, di non parlare romano.

La particolarità del caso risiede nel fatto che, pur avendone diritto, Alima ha scelto di non prendere la cittadinanza italiana per questione di principio, mossa da un sentimento di insofferenza che si personifica nella figura dell’estraneo-straniero. Secondo Alima, è impensabile che una persona vissuta ventotto anni in Italia debba seguire una procedura burocratica per il riconoscimento di uno status che le appartiene.


Ventotto anni coi piedi incollati al suolo italiano possono coesistere con un permesso di soggiorno?


Invitata a esprimersi, Beccalossi dichiara «Fossero tutti come lei gli immigrati in Italia, credo che non ci sarebbe il 46% degli italiani che ha paura – E alla repentina obiezione della conduttrice, che invita ad affrontare l’intercultura prima di giudicare, replica – Il problema è, che quelli che sono stati conosciuti questa estate, sono coloro che si sono distinti per atti di violenza nei confronti degli italiani […] se fossero tutti bravi, che hanno studiato in Italia come lei […] quel 46% di italiani che ha paura teme quegli immigrati che sono arrivati magari con la speranza di un futuro migliore ma che in attesa di quello si distinguono non certo come bravi cittadini».

Nelle parole di Beccalossi si legge un evidente riferimento alle violenze sessuali avvenute su una spiaggia riminese il 26 agosto 2017. Menzionarle, a che pro? Qual è il punto di congiunzione con lo ius soli? Beccalossi, similmente ai suoi colleghi di posizione, continua a tessere un filo che tenta di legare dei bambini italiani d’origine estera con «Quelli che sono stati conosciuti questa estate», ma è un ridicolo ostinarsi su questioni che non hanno nulla in comune.
Lo ius soli non prevede l’omaggio di una carta d’identità timbrata dal sindaco della città di approdo; a questo disegno, gli adulti non prendono parte e non risultando alla cronaca casi di bambini stupratori, cos’è che fa tanto paura a quelli contro lo ius soli, che votino?
Questo significa negare legittimità di appartenenza alla nazione in cui si nasce, peraltro appellandosi a tematiche completamente avulse dalla questione. Questo significa commettere politicamente e moralmente un errore stupido e irresponsabile, sragionato come pianificare la dieta di Tizio basandosi sul metabolismo di Caio. 


Tutto sembra tornare irrimediabilmente alle migrazioni, ai barconi, all’uomo nero. Sorge spontaneo un paragone con altre epoche, altri esodi, altre etnie. Magari caucasoidi.

Prendiamo i greci, una popolazione dai tratti somatici simili ai nostri e fingiamo che la famiglia Mitroglu, fresca di nozze, si sia trasferita sulla costa tirrenica, dove ha lavorato, figliato, dato il proprio contributo economico alla nazione, stabilito un legame di affetto, linguaggio e tradizione con la terra e i conterranei. Di carnagione chiara e accento marcatamente toscano, i figli dei Mitroglu, nati e cresciuti in Italia, non apparirebbero mai stranieri agli occhi di un connazionale. Qui, il concetto di straniero sfuma nel suo senso, non c’è logica che giustifichi il diniego. O forse c’è.

Voglio sbilanciarmi, dico che ci troviamo di fronte a un problema di… pigmentazione.
No? Chissà, ma in tv e i sui giornali trovo solo detrattori i cui discorsi, per quanto articolati possano essere, arrivano alle mie orecchie come semplici «Non-ci-sono-neri-italiani. Non-ci-sono-neri-italiani»

L’evidenza scioglie ogni dubbio, la verità, sostenevo all’inizio, è qualcosa di  tremendamente semplice; esiste una politica disposta a criminalizzare dei bambini pur di mantenere l’elettorato, e se lo fa, significa che esiste un elettorato cieco, inspiegabilmente votato a relegare dei minori allo status di stranieri nella propria nazione.