Copia di Copia di Copia di Catoptrofobia(2)

Una stanza quadrata, un’aula striminzita dentro a un vecchio comprensorio, una lavagna. Sulla lavagna c’è scritto: Non c’è bianco nell’arcobaleno – Immersione nel crogiolo in cui i colori si mischiano (primo incontro).
Due gessetti, nessun cancellino, uno straccio, due sedie piene, cinque vuote, un uomo in piedi. L’uomo in piedi è un anziano dai capelli radi, gli occhi miopi e le braccia cadenti. Ha un mucchio di grinze sulla fronte, agli angoli della bocca, sul mento, e persino sul mignolo della mano destra. Le spalle di un calamaro, i vestiti rubati a un bidone dell’umido, un sottile paio di baffi in cui il biondo resiste all’avanzata del grigio.
Un planisfero, un cassettone sporco di gesso dove poggiano una boccia d’acqua senza pesce e una scatola di fiocchi d’avena sui quali campeggia un pirata orbo che fa l’occhiolino.
L’uomo in piedi sta aspettando, anche i due tizi seduti stanno aspettando. Sono un afroamericano col volto segnato da una vistosa cicatrice causata dal principio di Parkinson di un barbiere di mezza età e un sudcoreano coi capelli arruffati e gli occhi che si danno alla fuga al minimo accenno di sorriso. Stanno tutti aspettando qualcosa; o qualcuno, verosimilmente. La porta si apre di schianto, ne viene fuori per metà un panzone boliviano che si incastra sull’uscio per colpa dell’ombrello, che si conficca di traverso e gli si apre in un occhio, mandandolo a spazzare il pavimento con la faccia. Le sedie rimanenti sono riempite da un’imprenditrice tunisina e un venditore ambulante originario di Nuova Delhi. Mancano all’appello un rugbista samoano e una ragazza kayapò, dell’Amazzonia tribale. Non verranno.

«Bene…» esordisce il vecchio coi baffi biondi. «Se siete d’accordo, io concederei ai ritardatari un paio di minuti e poi darei il via all’incontro – l’orologio spacca il secondo, le diciassette e ventiquattro – Allora, siete d’accordo? Va bene?». La platea annuisce poco convinta, il coreano si fruga nel naso e quando la lancetta lunga si posa a mezzo millimetro dalla tacca prestabilita, il moderatore si fa coraggio e riprende a parlare.
«Allora… Non è arrivato nessuno. Dunque, voglio… Innanzitutto voglio ringraziarvi per… La risposta entusiasta che avete dato al mio annuncio… Ma soprattutto per essere venuti… A volte… Non sempre capita – si scuote il pomo d’Adamo, ha un tono di voce incerto – Se devo essere sincero ho pensato che le adesioni fossero tutte di quella… Della mia ex moglie… A volte mi fa certi scherzi – ride a crepapelle. Dal nervoso – Che Dio possa farne un angelo beato» aggiunge, sfumando in borbottio il suo malugurio, come a voler cancellare le ultime parole uscite dalla sua bocca.
«Allora, io sono Wilhelm Jönsson, ho insegnato sociologia a Stoccolma per tanti anni e ora che sono in pensione… Maledetta… Beh… La mia ex moglie si è presa la casa e io sono… A spasso. Quindi yu-hu, quale lavoro meglio del conferenziere? – si mette a ridere, ma non ride nessun’altro. Anzi, la tunisina ha sorriso.
«Bene… Come sapete, siamo qui per valutare, discutere e… In generale esprimerci sulla spiacevole, quanto frequente abitudine dei… Bianchi; per quanto identificare un gruppo di esseri umani servendosi di una definizione così semplicistica non mi pia… – i presenti lo fissano col disprezzo di chi guarda la propria diarrea vorticare nello scarico – Scusate, ho… Il vizio di, sì, di divagare… A volte… Voi fermatemi se mi dilungo… Insomma, oggi parleremo dell’insano vizio dei bianchi di attribuire, a svariati gruppi etnici, epiteti razziali più o meno variegati. Ma… Come sapete, noi non vogliamo solo analizzare, intendiamo rovesciare questo sistema, in cui l’uomo bianco… Se la comanda in virtù di una caratteristica irrilevante come il colore della pelle. Sulla mancanza di pigmentazione è edificabile un’ideologia? Su tale principio, se principio non è un pensiero ma una sembianza, si può costruire un impero intellettuale? – si ammutolisce di colpo, la folla esita. Una mano invisibile si è presa la sua voce – Perché non rispondete?».

«A cosa?» risponde domandando il coreano.
«Come cosa?» domanda rispondendo Jönsson.
«Su tale principio, se principio non è un pensiero e bla bla bla… ?».
«Ecco… Sì».
«Era una domanda retorica».
«Sì, ma… Pensavo che avreste comunque… Mi sembrava di sentire una certa carica – fanno tutti di no con la testa, Jönsson brama il giorno in cui avrà modo di riavvolgere le figuracce di tutta una vita – Beh… Concedetemi una digressione… Siamo generalmente portati a pensare che… La forza di un gruppo sia dettata dal numero del gruppo stesso. Ce lo dicono la moda, le tendenze… I gusti variano in funzione dell’appetito delle masse, non del singolo. Ecco, voglio ora fornirvi una cifra che risulta totalmente irrilevante per il genere umano – silenzio in sala, l’atmosfera si appuntisce, spegnere i cellulari – Quattordici».
«Catorce che?» interviene il panzone boliviano.
«Percento!» dice Jönsson, galvanizzato come quella volta che lo avevano illuso che sua moglie fosse precipitata dal sedicesimo piano di un grattacielo a Tiblisi, ma avevano solo sbagliato numero.
«Quattordici percento di bianchi nel mondo. Capite? Una cifra iniqua che dovrebbe darci coraggio, che dovrebbe muovere i vostri culi colorati e farvi dire… No! L’uomo bianco non può schiacciarmi, perché per ognuno di loro ce ne sono sette di noi, cazzo! – uno, due, tre paia di mani che battono per Jönsson, che si attorciglia in un inchino – Vi ringrazio, signori. Grazie davvero, grazie. Ma questi sono solo dati e io non li ho portati qui per destare in voi un sentimento di odio. No, noi li battiamo d’astuzia, conieremo epiteti razziali elaborati quanto i loro, forgeremo una dialettica volgare, cazzuta, efficace, cazzuta! Ci sono domande?». La tunisina ha il braccio alzato e un viso corrucciato dal dubbio.

«Quindi, dove dorme?».
«In che senso?».
«Ha detto che sua moglie…».
«Ex».
«Ex moglie… Si è presa la casa».
«E allora?».
«Da quel che ho capito si sposta sempre. Dove dorme, in albergo?».
«Dipende».
«Dipende da cosa?».
«Da dove trovo».
«Dove trova dove? In che… Dove ha dormito questa notte?».
«Da Julio».
«Chi è Julio?».  Non può credere ai suoi occhi, Jönsson indica il panzone boliviano, che le fa un evidentissimo occhiolino cui risponde cacciandosi l’indice in bocca.
«Ma visto che scalpita, diamo la parola al signor…».
«Tiddens. Ce l’ho: acchiappacancro!» tuona l’afroamericano, annuendo con ferrea convinzione. Jönsson ci resta male.
«Non le sembra un po’ forte? È un po’ forte o sbaglio? Non lo so, non mi pare il caso, è molto forte. Siete d’accordo? Magari sono io».
«Siamo qui apposta…» fa notare il coreano.
«Infatti! Mi sono preparato prima di venire qui, sapete? Le malattie più diffuse su scala mondiale hanno un’incidenza di gran lunga minore sui neri. I bianchi sono le peggiori checche quando si tratta di–».
«Signor Tiddens! Signor Tiddens, grazie… La ringraziamo nonostante l’insulto alle minoranze e… Diamo la parola a… Qualcun altro… Chi vuole?».
«Io. Ciao a tutti, mi chiamo Kim Du-Won e volevo farvi notare una cosa. I bianchi hanno per tutti noi, asiatici, africani, sudamericani, un insulto base. Ci avete fatto caso? E non dico un paio, no, parlo di un numero di parole con cui potresti riempire un foglietto illustrativo. Parlo dei vari vu cumprà, zibadrone, occhi a mandorla, muso giallo e via discorrendo. Volete sapere quelli che mi sento dire io? Nano-clone, nano giallo, minipene, frittura di piscio. Vi rendete conto? Per non parlare di tutti quei wanton, tofu, involtino primavera. Io sono di Seul, mi piglio il faccia di piscia o nano giallo».
«Frittura» corregge Julio.
«Ma non ho mai messo piede in un ristorante cinese e se volete saperlo penso che i biscotti della fortuna siano un’invenzione di Hollywood!»
«Quello che ci stai suggerendo, Kim, è di creare un insulto ampio e variegato? …rude e sboccato?… Diretto… In cui il bianco si possa identificare, giusto? È così, Kim? È questo che ci vuoi dire o ho capito male?».
«S-Sì, più o meno – il coreano è fra lo stranito e l’imbarazzato – Se io ci posso riempire un taccuino con le loro offese, non vedo perché non debbano pigliarsene qualcuna pure loro».
«Vai così, Corea!». Tiddens alza il pugno al cielo come Smith ai giochi olimpici di Città del Messico. La faccenda ha l’aria di un incontro di boxe clandestina
«Signor Tiddens!» sbotta a un tratto Jönsson. «Corea no… Buon Dio… Così ci tiriamo la zappa sui piedi, andiamo! Lo capisce? Non ha senso che facciamo tutto questo… Se dobbiamo tirarci la zappa sui piedi. In quel caso ce ne stavamo a casa, non crede? Evitiamo la zappa…».
«Scusa, amico» replica Tiddens. Kim alza il pollice, sorridendo fa sparire gli occhi; scuse accettate.
«Bene, qualcuno vuole la parola? Raccontarci la sua storia? ».
«Tocca a me» esclama la tunisina, con la mano alzata e lo sguardo freddo, fermo in una cornice di capelli sistemata alla meglio.
«Buongiorno, mi chiamo Saloua Zhiou e posso lamentare un’esperienza simile a quella del signor Kim. Ho trentasei anni e dall’età di diciannove giro l’Europa per lavoro – sente come se il panzone boliviano volesse leccarla, gli getta un’occhiataccia, ma lui non ci fa caso – Nei miei viaggi ho avuto la sfortuna di incappare in frotte di bianchi trogloditi che, alla minima avvisaglia di discussione, non si sono lasciati sfuggire l’occasione di chiamarmi spulciacorano, terrorista, harem, clandestina, kebabbara, burqa, burqini, talebana, affollagommoni, Al Qaeda. Per non parlare di frasi vagamente articolate come: “Fammi uscire prima di farti saltare in aria” o “Ti porto a casa con dieci cammelli?”. Durante l’inaugurazione di un parco, un gruppo di ragazzini mi ha fermato per domandarmi se avessi dell’hashish da vendergli. Perché poi devono sempre associarci a un profeta barbuto che viveva nel deserto non lo capisco. Io odio le profezie, sono intollerante al sole e le barbe folte mi mettono in soggezione. Ci ho messo quindici anni per far capire a mio padre che della religione non me ne fregava nulla! Da bambina, durante il Ramadan, aspettavo che mio padre andasse a letto e poi mangiavo gli ovetti di cioccolata che tenevamo nella credenza. Avevo fatto un calco dell’uovo, così, quando avevo finito, incartavo un perfetto ovetto di plastilina e lo rimettevo nella confezione. Non se ne è mai accorto».
«Okay! Ottimo, ottimo, ottimo. Sì, bene» tartaglia spaesato il moderatore. «Un racconto ricco di particolari e zuccherosi ricordi d’infanzia, signorina».
«Signora!».
«Ah, è sposata?».
«No».

«Splendido! Julio… Ti presenti?».
«’Tá bien, soy Julio, però tutti me chiamano Botero como el migliore jugadore de todos los tiempos».
«Cristo, questi pensano ancora che lanciarsi la palla coi piedi vuol dire sport…» sbuffa Tiddens.
«Eccolo, l’apostolo del football. Mandrie di bestioni che si fracassano la scatola cranica e a settant’anni non si rendono conto di avere vagato una mattina intera nel supermercato convinti di essere alla propria festa di laurea». Tiddens si alza di colpo, è furioso, ma stenta a parlare. Jönsson si avvicina al centro della stanza con la convinzione che se scoppierà una rissa, sarà quello che ne prenderà di più.
«Apostolo? Carina questa! – il bestione sfregiato sghignazza a bocca aperta, non sa mascherare la stizza – Non bestemmiare! Cristo non è morto in croce perché ti trastullassi sulla foto di un cinesino in calzoncini coi capelli a scodella».
«Ma che… Cinesino in calzon-cosa? Tu sei matto».
«Sì, sono matto, ma sempre meno di voi smandrappati».
«Porque parli così? Vai a mangiare i tuoi hot-dog mentre guardi i damerini con la mazza en la mano».
«Te la metto io una mazza en la mano, enchilada!».
«Per prima cosa l’enchilada è un piatto mexicano. Segundo, sei sicuro che vuoi mettermela in mano? Ho le dita forti». Botero ammicca. «Piuttosto, non vi siete accorti che gli stadi di baseball sono storti? Non è una cosa normale» interviene Saloua.
«Hai ragione…» conviene l’indiano.
«Taci tu, The Millionaire».

«Santa pace, la volete smettere?! – il professore è allo stremo, inveisce, sbattendo il pugno sulla lavagna per spezzare il fracasso – Po-possiamo continuare?». Pulisce la tracce di gesso sulle braccia e sui pantaloni, constatando un torpore che qualche ora dopo, negli ambulatori del policlinico, un dottore avrebbe ricondotto alla frattura del polso.
«Si presenti… Amico indiano».
«Ciao. Vengo da Nuova Delhi, vendo braccialetti e occhiali coi colori zum zum – con le mani imita dei lampeggianti, ride per l’imbarazzo, non sa dire la parola intermittente – Qua tutti mi chiama Rosario perché vendi rose insieme ai occhiali. Questo…». Alza le spalle, dice sul serio, non c’è proprio nient’altro da sapere sul suo conto.

«Ah, si? Bene, grazie Rosario. Grazie di essere qui. Ora credo che… sì, possiamo cominciare. Chi inizia?».
«Digo de chiamarli face da chiappa».
«Perché?» domanda Saloua, tamburellandosi la coscia coi polpastrelli.
«Porque hanno le chiappe del colore della faccia».
«Vuoi dirmi che le tue chiappe hanno un colore diverso dalla faccia?» lo interroga Tiddens con fare perplesso. E in effetti il discorso muore lì, perché Botero si accorge di aver detto una gran cazzata.
«No, dobbiamo concentrarci su una caratteristica in particolare. Facciamola semplice. A cosa assomiglia la pelle dei bianchi?» chiede Kim con serio interesse. Attorno a lui, soltanto occhi bassi e sguardi persi, idee vaghe o inesistenti, silenzio ostinato.
«Fanculo! Con noi è troppo facile!» esclama Tiddens.
«Spremiti le meningi, o sarà come ammettere che i bianchi sono migliori di noi».
«Mai!».
«La muffa è bianca» dice Rosario, con infinita naturalezza.
«Qualcuno mi spiega perché questo coso è qui con noi? Non parla mai e quando parla dice troiate».
«Per favore, Tiddens! Va bene, Rosario, è un buon inizio! Forza, ragazzi, ingegnatevi! Io scrivo tutto qui sulla lavagna. Ci vedete? Se non si capisce la mia scrittura, ditelo».
«Muffa, muffa, muffa» borbotta Kim.
«Non va! La muffa puede essere anche verde, se fraintende».
«E cosa dovrebbero fraintendere? Non vorrai usarla per insultare anche i marziani?» domanda Kim.
«I marziani non esistono» sostiene sicuro Botero.
«Che ve ne pare di fiordilatte?» continua Kim.
«Il fiordilatte è alla base di tutti i gusti e poi è squisito» risponde Saloua.
«Anche tu, chica».
«Ti balla la ciccia sui gomiti».
«Cazzetti?» propone l’afroamericano.
«Cazzetti?» domanda  Jönsson.
«Cazzetti!» rimarca Tiddens.
«Attento che qualcuno potrebbe offendersi». Botero indica il Kim, scatenando un fiume di risate che travolge la stanza.
«Fottetevi, vi ho già detto che non sono cinese!».
«Mono… colore?» tenta Rosario.
«Monocromo? È questo che intende?».
«Non lo so, credo».
«Come non lo sa, signor Rosario. Vuol dire tipo visi pallidi? Perché esiste già roba simile, come visi pallidi. Ma magari non è ciò che intendeva dire il signor Rosario. Voleva dire questo?».
«No, vuoi dire che noi ha… La bocca, lingua, pelle, denti di colori diverso. Voi ha, invece, tutto molto… Bianca, capito?».
«Come pensavo, monocromo. Chiaro, più chiaro di così non potrebbe essere. È monocromo la parola che cercava, chiaro».

«Insipidi!» avanza Saloua, senza successo, visti gli sguardi ottusi.
«Parlo dell’odore della pelle, sveglioni. Dicono che noi abbiamo un odore forte? Loro non ce l’hanno proprio!».
«E questo dovrebbe fargli male? Ferirli in qualche modo? Bianchi d’America chiudetevi in casa, è arrivata l’odalisca furibonda!».
«Tiddens… Cielo… Lei dovrebbe stare in un corso per la gestione della rabbia… Non qui».
«Credi che diranno: oddio, perché non puzzo di curry come un comune cuci-palloni di Nuova Delhi? – indica Rosario, che resta fin troppo calmo, nonostante tutto – Sono un insipido, come farò? La mia vita ora non ha più senso».
«Mi spieghi perché ce l’hai con me?».
«Perché sei qui! E continuerò a insultarti fino a quando non mi risponderà qualcuno che non sia di Bombay».
«Sta loco!» dice Botero, girandosi l’indice vicino alla tempia.
«Che hai detto?».
«Nada! Che sento poco… Da questo orecchio».

Cala un silenzio imbarazzante, di quelli imbarazzanti davvero, che se cadono in presenza di persone altrettanto imbarazzanti, è una disgrazia. Jönsson si gira un baffo tra le dita, guarda l’orologio al polso e ferma il silenzio con un battito di mani.

«Io direi che per oggi abbiamo finito. Non abbiamo ottenuto granché, ma poteva andare anche peggio… Il samoano che non è venuto è nevrastenico».
«Non avrei mai voluto dirlo, ma… i bianchi sono inattaccabili» dichiara Solua senza esitare.
«Zitta, imbecille!».
«Ammettilo negrito, ci hanno battuto senza neanche estar aquì».
«Un massacro…» sussurra Rosario, attento a non farsi sentire da Tiddens.
«E tu Kim… Cosa ci dici? Sei silenzioso… Perché sei silenzioso? Dicci qualcosa, dai».

Kim se ne sta muto, nel suo spazio affianco a loro, ma assente dalla stanza. I pugni serrati che premono sulle ginocchia, la testa chinata, il mucchio di capelli imperlato qua e là dalla forfora. Quando alza il capo, i segni dello sdegno gli calpestano il volto da una guancia all’altra.

«Sapete cosa mi fa veramente incazzare dei bianchi?» dice, alzandosi in piedi. «Che noi gli diamo retta, cazzo! Devono sottolineare le diversità, devono stereotiparti a tutti i costi e tu finisci per crederci. Nei film, il nero o fa il poliziotto o il quarterback , l’indianello è per forza un poveraccio e l’asiatico è esperto di computer! Io non ci capisco un cazzo di computer e il mio primo Nintendo l’ho mandato in vacca versandoci sopra il latte».
«Bevi ancora il latte?» chiede Tiddens.
«Tu no? … Nei testi scritti, poi, c’è da divertirsi. Se un bianco ci dovesse inserire in un libro, sapete come ci descriverebbe? Tanto per cominciare starebbe attento più che mai a marcare le differenze, non sia mai che la maghrebina sia confusa con occhietti a mandorla. Tiddens sarebbe l’afroamericano col volto segnato da una vistosa cicatrice, Botero il panzone boliviano, io il giovane sudcoreano con un mucchio di capelli in testa e gli occhi che scompaiono al minimo accenno di sorriso, lei l’imprenditrice tunisina e il nostro amico Rosario il venditore ambulante di Nuova Delhi. Ma attenzione! Perché se questo faccia di merda diversamente marrone coi capelli multicolor dovesse descrivere il professore, secondo voi come farebbe? Direbbe che è bianco? Con la b maiuscola? Nossignore, per fartelo capire farebbe solo un accenno ai baffetti biondi in mezzo al pelo bianco così, et voilà, tutto risolto». Jönsson porta le mani alla bocca, si sente colpevole per i suoi baffi.

«Corea… Piccolo soldato, l’hai trovato! – Tiddens lo afferra per le spalle – Cazzo, l’hai trovato!».
«Cosa?» domanda Kim, stupito per gli sguardi tutti su di lui, che sembrano dirgli “C’hai preso, Corea!”, che poi è proprio quello che dice Tiddens.
«Il nostro primo epiteto, complimenti!». Il professore gli acciuffa il pugno e lo alza al soffitto, proprio come il direttore di gara al termine di un incontro di boxe.
«Fatemi incazzare e ve ne sforno mille – agita le braccia Kim, si muove a passettini sul posto, pare un bimbo infreddolito alla fermata del bus – Questo è per Mohamed Ti Spacco Il Culo Alì».
«Sì, ma ora piantala di fare il negro, tu non sei negro» gli dice Tiddens, ottenendo immediatamente ascolto.
«Bene, signori, abbiamo finito? Qualcun altro vuole tentare prima di lasciare l’aula? Chi vuole doppiare il nostro Kim? Nessuno? Abbiamo giusto un giro d’orologio».
«Professore, lei è svedese, giusto?» domanda Saloua incuriosita.
«Sì, perché?».
«Riuscirei a offenderla se la chiamassi Billy, come la libreria Ikea?».
«Portami a casa, Julio!». Wilhelm “Billy” Jönsson è il primo a lasciare la stanza.