Copia di Copia di Copia di Catoptrofobia (1)

Mi dimenticarono all’età di trentasei anni. Ne ebbi la certezza quando scoprii che il nero sotto le unghie non aveva più importanza. Per me e quelli che mi passavano affianco.
L’ultimo a scordarsi di me, per costrizione e non per scelta, fu mio padre. Cercava di trattenere il mio nome in bocca, su una lettiga un po’ sciupata, fusa con la carne più viva di quel vecchio con l’ego spinoso come un roseto. Mia madre, ovunque fosse, quel nome non ebbe mai il piacere di gustarlo, perché mai l’aveva avuto tra le fauci.
Dopo un periodo, che ora realizzo, non durò molto, mi trasformai in una parola. Per l’uomo del pane, come anche per il lattaio e il tassinaro. Divenni un vagare nell’aria, mi mescolavo alle voci di molti, mutando il nome mio nel nome di altri, senza più un volto cui associarlo.

Lei, la ragazzina di cui ricordo il nome, ma che rancoroso ho deciso di scordare, si impadronì del mio diciannove anni prima, sul muretto nel cortile di scuola. Dovevano essere  giorni di compito in classe, quelli che costringono ai silenzi di quelle riflessioni che si fanno in pochi attimi di una vita; abbattevano il morale, ma il pensiero dell’ora di ginnastica, e l’intervallo, e la mensa nel giorno della pizza sapevo che erano la pomata. Scaldavano il posto agli antibiotici e le paste per l’ansia che vennero dopo.
Papà non lo pensava possibile (né il mio né quelli degli altri), che esistesse una specie di depressione per bambini. La giacca di papà sullo schienale, a tavola, appollaiata senza una macchia, mi aveva fatto capire che il morale dei grandi poteva anche essere sgualcito come uno straccio, ma era fondamentale che non fosse espresso in termini di ordinario malessere: la pietanza lasciata intonsa nel piatto, un pianto strozzato durante la spennellata della schiuma da barba, o semplicemente una giacca buttata in terra. Non si può.
La tristezza di bimbo, se l’era dimenticata, come a cent’anni si dimentica il compleanno di mezzo secolo prima, ma almeno questo non si nega di averlo vissuto. Papà lo taceva a se stesso, come l’ultimo respiro di una candela prima della morte nello stoppino.
Dopo la pizza, a mensa, il gelato al biscotto, prima il bianco, poi il marrone. In mezzo, che andava protetto. Lei, la ragazzina, faceva collezione di marroni e io chiedevo se voleva il bianco e allora si faceva lo scambio. Me lo strappò quel nome. Me lo strappò giurando di non perderlo mai e mi dimostrò di essere una brava custode. Digrignava i denti, evitava di consumarlo, lo rilasciava solo al bisogno, usando il minor numero di lettere possibile affinché capissi.
Ho sempre pensato che il diminutivo sia un affetto espresso in silenzio; lo so perché papà usava tutte e undici le mie lettere se ne combinavo una grossa. Nove lettere di differenza vorranno pure dire qualcosa, credevo.
Lei, la ragazzina, me lo strappò giurando di non perderlo mai, ma oggi torna a casa sui tacchi, ancora incerta, equilibrista sul filo sottile di una vita che le suda dagli occhi, con la chioma fuori posto e due, sei, nove cartelline sotto al braccio, ricolme di nomi, del mio fra tanti, che avevo avuto per primo e che ora è quello di tutti.
Non mi feci chiamare mai più, da nessuno, nemmeno da chi s’impadroniva dei nomi come del pane, che si tiene caro, anche secco, bagnato e riscaldato che è comunque buono.
Del nome mio feci un segreto, stringendolo fra i polpastrelli nei guanti a mezze dita. Non per moda, ma per prendere coscienza del caldo e del freddo, di ogni cosa, distinguendo sassolini e cioccolato, che sembra impossibile, ma si assomigliano quando hai i palmi magri.

Di quella notte ho ancora l’inconsueto tepore di una stagione che parlava un’altra lingua. Metà di quello che so su quella notte l’ho appreso con l’udito, a palpebre chiuse e la spina dorsale sul legno di una panchina. Giocando ad allungarmi, come avrebbe detto mia nonna. L’altra metà da fuori, mentre il mio corpo stava steso a sonnecchiare.
Tre nomi e tre voci sconosciute, canapa indiana che si impossessa dell’odore dell’inverno e le risate di mezzanotte, che a volte sono stonate, insincere rispetto a quelle del giorno.
Lingue di fuoco asciugarono i miei panni e il mio letto, ma non riuscirono a darmi calore. Quello già lo avevo, in balia di un clima mite che impari a calzare negli anni, portando gli abiti pesanti, sempre. D’estate come d’inverno, per soffrire meno il freddo quando il sole non serve a niente e imparare a sopportarlo quando trionfa alto sulla bella stagione. I panni spessi ti insegnano tutto, l’allenamento a somigliare all’arredo urbano, non più freddo e non più caldo della panca su cui dormi.
Lo spirito avvertì un grido che non era suo. Proveniva dal corpo, che lavorava per conto proprio senza rispondere alle regole della ragione. È strano che non vi sia quiete di fronte a un fuoco.
Il coraggio venne dal terzo piano di una palazzina che si affacciava sul piazzale. Lì, una luce resisteva fioca, nonostante la sera cedesse il passo alla notte e non vi fosse rumore, se non il crepitio della carne in sottofondo e un buio rischiarato dal rogo che ero.
Il coraggio venne dall’alto, ma non fu preso a due mani, con una alla cornetta e l’altra alla maniglia della porta. Occhi timorosi stentano a buttarsi giù dal davanzale e si limitano a rigurgitare lungo un cavo telefonico, con la voce strangolata dall’urgenza.
A volte, richiedere soccorso equivale a codardia, ma questo la gente non lo sa o lo sa ma si ricorda che la notte non è male nei luoghi in cui gli uomini si sono costruiti un riparo, mentre lo è dove i cani camminano randagi, scoprendo ogni volta, per mille volte, l’odore della brina che ricopre le panchine.
Il randagio si chiama tale perché non ha premura del tempo che passa, passeggia adagio, con la coda che cambia direzione a ogni stimolo e il corpo che lo segue dietro a nuove, compulsive idee che non cessano di guidarlo a destra e a manca.
Anche il piazzale aveva un randagio, più coraggioso degli occhi del terzo piano di fronte alle fiamme. Ho avuto colleghi, se così li posso chiamare, coi cani vestiti da intenerimento e persone borghesi coi cani vestiti da compagnia. Per questo non ho mai desiderato averne uno.
Il fuoco è  nemico dell’animale perché ne conosce il potere che l’uomo sottovaluta; per l’animale il fuoco è spontaneo, crudele, senza segreti. Il mio randagio abbaiava a quello che non poteva vedere, forse vedeva un albero in fiamme fra i tanti.

Le risate, soffocate dal fumo, si smorzarono ulteriormente, al sopraggiungere delle sirene.
La parola stupore si cancella dai dizionari quando la follia vestita a noia sostiene che i giovani non hanno tempo da spendere adeguatamente. E che per questo lo si può soltanto ammazzare. Che espressione curiosa ammazzare il tempo. Non per la sua impossibilità materiale, ma per la convinzione umana che ne conia la formula. Il tempo, con tutta la delicatezza possibile, uccide attraverso se stesso, ma non è certo mosso dalle mani della noia.
Quella notte anche l’ultima persona che mi conosceva per nome ne smarrì il ricordo. Vidi il mio corpo spento nel suo giaciglio di legno, che a coloro che possiedono un materasso su cui riposare sarebbe comprensibile soltanto assaggiando il sapore bruciante delle doghe sulla schiena.
Al sicuro dal resto del mondo, i frammenti della mia anima andavano dove i nomi perdevano quell’importanza che in vita avevano avuto e briciole di bracieri portavano ossequi a se stesse, danzando nell’aria, prima di tornare al giardino che mi prese con sé. Sperai di aver lasciato un po’ di luce negli occhi del ramingo a quattro zampe, a cui la notte, nel suo peregrinare, non avrebbe potuto opporsi.

 

 

 

 

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