Storie da un minuto (6)

Era un individuo piuttosto decrepito e piuttosto zozzo, alto e largo quanto un barile, col torace villoso e la capoccia spelata, disseminatrice di epidermide che fioccava e fioccava perdendosi chissà dove, lasciando una svenevole traccia del suo passaggio nel mondo. Parlava male, come un moccioso cinquenne con la bocca piena di pizza e budino alla crema. Parlava così un po’ per ignoranza, un po’ per segreto alcolismo, e puzzava. Puzzava e non poco. E più puzzava, più i peli delle braccia, per qualche assurdo motivo, gli si rizzavano, forse desiderosi di scappare.
Però amava le piante. Le amava più di quanto amasse se stesso e la specie umana. Caprone, analfabeta, repellente zoticone troglodita sono tutti appellativi validi per riferirsi a uno come lui, anche se ovviamente non glielo si diceva. A che pro? Non potevi nemmeno essere certo che ti capisse.
Caprone, analfabeta, repellente zoticone troglodita, diceva la gente. E aveva ragione. Eccome se ne aveva, perché alla sola vista dello zozzo giardiniere, gli occhi si offendevano e le orecchie, a sentire ciò che usciva da quella caverna dentata… Credo sia meglio lasciar perdere. Uno che per dirti una cosa doveva necessariamente gridare; incapace di mettere insieme soggetto e predicato senza farcirli di bestemmie. Vederlo mangiare un panino imbottito; una pioggia di condimento su mani, naso e pantaloni. Le zanne che mutilano, come una bestia. E faceva sufficientemente schifo anche a fine giornata, quando, puzza di stagno e guanti macchiati nel taschino di dietro, se ne andava via con quell’aria sorniona.
Ma più schifo ancora, se possibile, lo faceva al mattino, quando i suoi scarponi in finta pelle consumata varcavano la linea di demarcazione fra una surreale preistoria e il mondo sensibile. Gli occhi, come squilibrati, andavano cercando gli attrezzi con smisurato, morboso e irragionevole interesse viscerale, al pari di un esibizionista predatore di amanti della moda frequentatori di parchi che possano apprezzare il taglio di un’impermeabile ben confezionato e le trame del tessuto al suo interno.
Uno spettacolo che non capita, non può capitare di osservare nella vita e che se capita, non deve ripetersi. Tamerici, cactus e infestanti a foglia larga; datemi un tosaerba e vi raserò il mondo. Era feticista di qualsiasi foglia.
Viveva bene, cioè male, nel suo piccolo, infimo mondo di silenzio e rumore di irrigatori. O lo odiavi per l’arroganza e la cafonaggine o ne ridevi alle spalle, uno così non ti concede alternative. Potevi compatirlo, e alla fine è ciò che feci vedendolo tornare a casa sorridente sebbene si trovasse -giuro, mi potessero ammazzare- alla guida di una scatola di tonno tenuta insieme con lo scotch (che poi lo scotch c’era davvero, come rimpiazzo di un finestrino.
Dopo la compassione venne qualcosa, non so dire cosa, e onestamente non voglio indagare, perché la cosa rischia di diventare spaventosa. Era un giorno di prima estate, potava la siepe -tanto per cambiare- e quando gli passai davanti, sfoggiando un contraffattissimo sorrisone, mi rispose schiudendo le sue piccole zanne nere, con la stessa sincerità che usava rivolgere alle sue foglie.
Continuo a credere che se c’è un dio, abbia sputato quaggiù lo zozzo giardiniere di proposito, in una mattina di troppo catarro; ma in quel momento, attraverso le zanne nere vidi qualcosa di grande. La sua figura in controluce mi suscitava l’immenso.