La principessa nella torre (4)

Non posso vivere in un mondo che mi concede lussi che sono specchio della miserie altrui.
Si diceva questo, Alfonso Dioli, impiegato contabile domiciliato all’ottavo piano di un palazzone costruito nel frenetico hinterland torinese. Sapeva di poter fermare i morsi della sua coscienza, sentiva di dover compiere qualcosa di risoluto, definitivo, ma temeva fosse impossibile espiare e spirare senza commettere ulteriori soprusi.
Non avrebbe dato un centesimo a quei vigliacchi della Beretta, trafficanti di morte che spingono il piombo ovunque infuri la guerra. Non poteva neppure recidersi le vene servendosi di un rasoio statunitense, passato in forma grezza dai palmi sbucciati di subsahariani minorenni prima di essere lavorato in un impianto siderurgico di Johannesburg e triangolato dalla Cina per il mercato europeo. Senza contare che la moglie, trovandolo bocconi in un lago di sangue, dopo avergli restituito una parvenza di dignità avrebbe chiamato Carmen per pulire il disastro, e la poverina, pagata in nero per fare le pulizie dai Dioli, si sarebbe precipitata nonostante la proposta nauseabonda.
Non c’era verso. Probabilmente, se avesse scelto di appendersi in cantina, Alfonso avrebbe trovato qualche altra magagna annidata fra gli scatoloni.
A pensarci bene, suo nipote Claudio aveva trovato lavoro, da interinale, in un’industria tessile. Cinquantasei lordi a giornata, su turni, niente ferie, niente anzianità. Come minimo, quella corda l’aveva intrecciata lui.
Per quanto desiderasse porre fine ai suoi giorni da untore, qualunque scenario Alfonso immaginasse, il percorso era coperto da ostacoli. Rimase ore e ore a considerare se fosse possibile compiere un gesto, anche il più semplice, senza ledere la dignità di altri esseri umani e alla fine capì che doveva solo guardare più lontano del suo sguardo.
Si precipitò in salotto, tirò le tende di cretonne che rabbuiavano la stanza e guardò di sotto. C’era ancora il problema del sangue, certo, ma quel giorno pioveva, l’asfalto era solcato da un infinito numero di rigagnoli e i tombini, gorgogliando atrocità, ingurgitavano ogni cosa.