Sguardi rubati

Carmine era solito uscire di casa con le cuffie calate sulle orecchie. Solo quel giorno non le aveva. Forse teneva la capa sciacqua, indaffarata; forse la musica ambient gli metteva sonno, o forse era solo stanco di ascoltare sempre gli stessi monotoni brani.
Però non li cambiava. Gli dava fastidio questa cosa: era arrivato al punto di odiare qualcosa che originariamente amava. Ciononostante, non riusciva a privarsene.
Quella mattina, la sveglia l’aveva tirato giù dal letto alla solita ora, con il solito scopo. Addormuto, aveva mangiato la sua fetta di pancarré nella penombra del salotto e dopo essersi sciacquato la faccia, si era fermato in soggiorno per assicurarsi di avere tutto in tasche, per non dover tornare, come al solito, a recuperare portafogli o cellulare.
L’aveva affettuosamente ribattezzato «Il Tugurio». Era un monolocale alle porte di Milano, nei pressi di una zona industriale in cui era più facile incontrare due volte lo stesso piccione, piuttosto che una persona. Stava in una casa di ringhiera che era tanto se aveva o’cess. Ci abitavano solo vucumbrà e pensionati; di grosse famiglie nemmeno l’ombra, ma in compenso c’erano un sacco di madri single.

Diede un’occhiata allo spioncino per vedere se il pianerottolo fosse sgombro. Voleva evitare di acchiappare la sua dirimpettaia, una vecchia strega che non salutava a nisciuno. Oddio, che non lo rivolgesse proprio a nessuno non ne era certo, ma di sicuro non lo rivolgeva a lui.
Carmine non era un fan delle interazioni sociali, anche a causa di una balbuzie che gli sdoppiava le sillabe dai tempi dell’asilo, ma un sorriso o un cenno della mano, gli raccomandava sua madre, non si nega nemmeno a chi ci sta antipatico. Quella niente, era una megera burbera e sprezzante, l’incarnazione di Milano. E Milano gli faceva schifo. Erano stati gli studi a portarcelo. In particolar modo la lattaia di Vermer, che durante la gita di terza media, ad Amsterdam, gli aveva suggerito all’orecchio l’arte come ragione di vita. Milano diventava sopportabile al solo pensiero di quella tela.
Ogni tre settimane, suo padre gli mandava ‘na cusarell e’sord per stargli vicino anche da lontano, ma la capitale italiana delle fatture non si sazia coi bonifici a due zeri, perciò Carmine si dava da fare coi bancali all’ipermercato. Assunto da una cooperativa che lo pagava mezzo pulito e mezzo a nero, con un contratto su cui era scritto un numero di ore pari alla metà di quelle lavorate, paga da schiavo, mansione da automa. Nella capitale italiana delle fatture, le ricevute non sono mai state una prerogativa.
Deglutiva a stento l’idea di prendere meno di un deca per due ore di lavoro, alle 4 del mattino, senza garanzia alcuna, in compagnia di gente che non parlava neanche la sua lingua, ma tant’era.
Ogni mattina (o ogni notte, a seconda dei punti di vista) Carmine si faceva due fermate di metro. Scendeva dal vagone e saliva su un furgone nove posti con altri spiantati come lui, costretti a sbattersi per due piccioli. Erano bengalesi, indiani, qualcuno cinese. Poco socievoli, incredibilmente schivi e solo una minoranza di loro parlava un pallido italiano, appena abbozzato.
A volte si sentiva una barzelletta. Un napoletano salito al nord per ritrovarsi con un indiano, un cinese e il papa. Per fortuna la sua storia non coinvolgeva un aereo e un numero insufficiente di paracadute. Anche se non era uno scenario tanto distante. Ogni tanto gli frugava nello sguardo. Rubava loro i pochi istanti con cui rivolgevano gli occhi al mondo, sempre chini sui telefoni o sulla punta delle proprie scarpe.

Il furgone li lasciava sul retro del Carrefour, la merce era già dentro. Il loro lavoro consisteva unicamente nel disfare i bancali scaricati sul retro e disporre i prodotti nel magazzino. Un passaggio superfluo fra il lavoro dei fornitori e quello dei commessi regolarmente assunti dall’azienda. Insensato all’apparenza, estremamente remunerativo nell’incarnazione pratica. La lena di quei tipi era impressionante. Gli ricordava l’incisione con cui Antoine-Yves Goguet aveva rappresentato la frenetica costruzione delle piramidi egizie descritta da Erodoto nell’Historiae.
Carmine si sentiva molto… napoletano in quanto ad alacrità. Riconosceva ai suoi colleghi un’urgenza che lui non aveva. Come se il loro bisogno di liquidi fosse più forte del suo, e lui un principe caduto in disgrazia, straniero ed estraneo. Quelli andavano su e giù per il deposito di un Carrefour con ogni probabilità ignaro della loro esistenza, ruota di scorta dell’ultima ruota del carro.
I dipendenti dell’ipermercato e i “facchini” non si incontrano mai. Attaccavano quando Carmine e compagnia avevano bell’e finito. Ogni tanto si domandava se qualcuno fra gli assunti si chiedesse chi fosse a scaricare la roba, impilandola in magazzino secondo reparto e corsia di destinazione.

Nemmeno durante il viaggio di ritorno mise le cuffie nelle orecchie. Quando non voleva estraniarsi completamente dal mondo, ne metteva una sola, ma questa volta manco quella. Il suo treno si fermò a Porto di Mare alle otto in punto, aveva intenzione di tornare a letto, per questa ragione due ore prima non si era lavato nemmeno i piedi. Pochi istanti dopo aver imboccato la scala mobile, gli balenò in testa la consapevolezza di aver cannato alla grande. Aveva lezione.
La luce in fondo al sottopassaggio, lungo il quale si avvicendava la fiumana dell’ora di punta, cercava di ricacciarlo nel sottosuolo abbagliandolo. Lemme lemme, ripercorse i passi appena fatti e tornò alla banchina. Sette minuti di attesa per il treno successivo, ma i tabelloni segnaletici mentono sempre. Questa volta si mise le cuffie, una strumentale di archi e percussioni.
Iniziò a frugare nei volti degli astanti. Come lui, ingannavano l’attesa passeggiando, leggendo i giornali rilasciati gratuitamente dallo strillone con la pettorina gialla, oppure tergiversando sul nulla. Una scolaresca chiassosa al seguito di due insegnanti e un drappello di turisti orientali minacciavano il suo spazio vitale. La banchina opposta era decisamente più areata. C’era un’anziana signora con un passeggino, un ragazzone immerso nella lettura di un romanzo spesso tre dita, una ragazza seduta a girarsi una sigaretta, sei uomini con altrettante valigette e un vecchietto incerto nell’andatura con un cappellaccio a tesa larga che gli oscurava parzialmente il volto. Un vago interesse lo fece tornare con lo sguardo sulla ragazza che si stava facendo la sigaretta, ma nel tratto di strada che gli occhi percorsero dal vecchio caracollante alla ragazza tabagista, Carmine si prese un susseguirsi di minuscoli infarti.

C’era anche lei, la vecchia, la vecchj’ntufata, cioè arrabbiata, che gli abitava vicino. Era riuscito a dominare l’istinto di fissarla negli occhi, ma era sicuro che fosse lì. Per davvero, incollata alla panca, affianco alla ragazza della sigaretta, di fronte a lui. Gli incontri fortuiti hanno qualcosa di molto strano. Si tratta di capitarsi, un’immagine inconcepibile nella forma riflessiva del verbo. Spiegabile solo mettendo a morte la grammatica. Carmine non ebbe il tempo di riflettere sul da farsi, o meglio, lo ebbe, ma riuscì a sprecarlo interrogandosi sulle infinite -quanto irrilevanti- possibilità che potevano aver portato la vecchj’ntufata a prendere il metrò quella mattina.
Avrebbe desiderato sparire ma le scarpe, ai piedi, sembrano blocchi di cemento appositamente pensati per inchiodarlo lì, nel vuoto assoluto che intercorreva fra lui e la vecchia. Più si obbligava a non ricambiare lo sguardo e più la guardava, non riusciva a resistere all’insano magnetismo.
Lo salvò un voluminoso chignon in capo a una signora avvicinatasi al distributore automatico per acquistare un caffè. La crocchia ramata si inseriva perfettamente fra gli sguardi dei due vicini di casa, sottraendoli a quell’incontro-scontro che riusciva a far sentire Carmine nudo, come una bestia abbagliata da un’auto. Nel carnaio dell’ora di punta, in mezzo alla filiera del lavoro, la sfiga gli aveva fatto rubare il più imbarazzante degli sguardi rubabili.
Quando capita, capita sempre con la persona sbagliata. Come se si aprisse un varco di tempo immobile, surreale e allo stesso tempo incredibilmente nitido. Tiene insieme gli occhi di due poveri malcapitati generalmente indecisi fra l’ammettere la vergogna, abbassando lo sguardo, o fingere niente, confezionando un viso affaticato, che simuli lo sforzo che si compie nel leggere una scritta in lontananza. Chissà a cosa pensava, se lo aveva riconosciuto e se come lui si era sentita nuda. Carmine rabbrividì al pensiero delle vecchj’ntufata in calze a rete sul suo divano, e comunque era probabile che l’ntufata fosse una megera senza sentimenti. Non provava alcun imbarazzo in quello stallo alla messicana. Negarle il saluto rischiava solo di peggiorare l’opinione che la vecchj’ntufata aveva di lui, ma a Carmine non sembrava giusto fregarsene, lui aveva fatto il possibile, era la vecchj a ignorarlo da mesi.
Per qualche secondo, un piccione intrappolato nel tunnel rapì la sua attenzione, distogliendogli i pensieri dalla vecchj’ntufata, che ancora si vedeva in calze a rete sul suo divano, questa volta accompagnata, non sapeva spiegarsi il perché, da una scimmia cappuccina che stringeva un poker d’assi.
Il piccione sembrava prossimo a stamparsi sul muro della galleria, e Carmine era seriamente interessato all’evolversi della trama, ma non passò molto perché fosse invaso dall’inspiegabile urgenza di controllare che Lei fosse ancora lì. Pregò di essersela immaginata.

No, il maestoso chignon aveva sgombrato il campo e di nuovo il faccione della vecchj’ntufata si stagliava di fronte a Carmine. Anche se lo avesse voluto, non sarebbe riuscito a fuggire. La banchina era una bolgia, anche la vecchj’ntufata, dall’altra parte, era strizzata fra due omoni che la coprivano dal collo in giù, lasciando sbucare solo la testa spelacchiata e quel paio di biglie che aveva al posto degli occhi. Era certo che avesse vissuto da zitellona, di quelle che vanno a messa ogni mattina e alle cinque si cena. Se la immaginava bene in un film di Fellini a inseguire i bambini con un ramo di pruno selvatico, ma immaginava male. Se ne rese conto quando un particolare della vecchj gli entrò nel campo visivo.
Proprio quando l’udito iniziava a percepire il clangore dei binari martellati dal passaggio del treno, che in un attimo gli sfrecciava davanti, inframezzando il paesaggio. Carrozza, vecchj’ntufata, carrozza, vecchj’ntufata, carrozza.
Le porte si aprirono, i passeggeri si riversarono sulla banchina e ai lati del varco, le persone iniziavano ad accalcarsi con foga. Carmine varcò l’uscio in ritardo, avanzò a gomitate per raggiungere il lato opposto del vagone. Aveva bisogno di intercettare la vecchj’ntufata prima che il treno ripartisse.
Non aveva bisogno del suo sguardo, ma di un accessorio che avrebbe potuto dire di lei, molto cchiù di quanto Carmine avesse teorizzato. Le porte si richiusero, il treno iniziò a muoversi e la galleria ingoiò il convoglio, ma non prima che Carmine potesse vedere il bastone della vecchj, che non era ‘ntufata, strònz o maleducata, ma soltanto cieca. Carmine rise dell’equivoco.
Decise che quella sera sarebbe andato a bussarle.

 

 

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