Storie da un minuto (1)

Un tale entra in un bar e come ogni mattina siede al banco, gridando la comanda al barista, affaccendato con le tazze. Qualche metro più in là, un signore scalpitante trangugia una brioche in attesa di un cappuccino, che gli arriva poco dopo. Prima di bere raccoglie le briciole sparse in giro, dà una pulita al mento e solo alla fine infila il naso nella tazza.
«Questa roba è una schifezza!» grida, sbattendo sul bancone la brodaglia, che per poco non trabocca. Il barista non si offende, ma nemmeno comprende quel latrato e prima che possa dire qualcosa, sente il secondo cliente gridare: «Menzogne! Questo è il cappuccino migliore di tutta la città! Vengo qui ogni mattina e non le permetto di infangare il buon nome di questo locale»
I due clienti si gettano l’uno sull’altro –almeno a parole- e il barista, che di parole non ne trova, assiste sbigottito a quel circo malcomposto. Al che, un terzo cliente, udita la discussione, si avvicina alla coppia in lite e propone una soluzione pacifica per porre fine all’alterco.
Si reca alla cassa, getta due monete nel piattino e ordina un cappuccio; il barista non indugia, monta la schiuma a colpi e mosse di polso e in quattro e quattr’otto il cappuccio è servito. L’attenzione si fa stretta attorno al giudice, che dopo un sorso lungo un secolo, appoggia la tazza al bancone e silenzioso, prende a lisciarsi il mento. Quel che accade dopo è qualcosa di curioso; mentre la gente bisbiglia, interrogandosi sugli esiti della sentenza, il giudice gira i tacchi, si scusa e lascia il locale. A quel punto, il barista, che di pazienza ne serba ancora poca, scavalca il banco e si fionda sul cliente disonesto, prendendolo per il bavero.
«Allora?» chiede, mostrando i denti. Quello, a mezzo metro da terra, con fare totalmente disinvolto si scusa e aggiunge: «Mi perdoni, signore, ma dal momento che anche io sono cliente, non posso schierarmi né con l’uno né con l’altro dei signori di là. Se il cliente ha sempre ragione, nessuno dei due ha torto e dunque mi perdonerà se non mi esprimo. Desolato». E con la sua ragione segreta, il terzo uomo se ne va, lasciando al barista un vuoto incolmabile.