Storie da un minuto (3)

Kamal era seduto a metà della scalinata, il ventesimo gradino all’incirca. La bici la lasciava ai piedi delle scale, così poteva sempre controllarla mentre appollaiato, scambiava due chiacchiere coi compagni di noia.Gli altri erano già rincasati, ma Kamal si era fermato a contemplare il sole cascargli davanti, plateale come un attore di soap opera. Era intento a valutare quanto mancasse da vivere alla vecchia palla rossa, quando una macchia dai contorni indefiniti entrò con forza nel suo campo visivo.
La macchia era provvista di un dito bitorzoluto che sembrava un tubero, puntato proprio contro Kamal, che vide la macchia rivolgersi a lui.
« -palle se non ti alzi» fu la prima cosa che arrivò alle sue orecchie, finalmente libere dalle cuffiette che gli sparavano una bossa nova dritta sul timpano.
«Alzati e tornatene a casa!» ripeté la signora, che sembrava affannata e insieme determinata, quasi avesse una missione da compiere.
Kamal non rispose immediatamente, stava pensando a come non essere volgare. Gli capitava spesso di incontrare vecchi razzisti logorati da vite costellate da decisioni sbagliate di cui incolpavano ora il vicino, ora lo Stato, la moglie, il marito, o un nero, se solo ce l’hanno a tiro. Ma sapeva di valere più di qualsiasi offesa e in questi casi sceglieva sempre di rispondere nella maniera più cauta e sincera possibile.
«Non ho capito cosa ha detto, mi scusi. Avevo la musica nelle orecchie»
«Ho detto che devi tornare a casa tua». L’anziana indugiò, poi riprese: «Sei il figlio di Amina, no? Ti vuole a casa, è appena tornata con la spesa e non ce la fa coi sacchi. Muoviti».