NOEL (1)

Noël sapeva due cose. Di portare il nome di una festività invernale e che era nata in Svizzera. Nient’altro. Era una ragazza semplice, la vita non le aveva mai chiesto niente e per contraccambiare, Noël non aveva chiesto mai niente alla vita. Anche volendo, non avrebbe saputo che chiederle.
Le sorelle della Casa degli orfanelli le dissero che la sua testolina spelacchiata era spuntata fuori, in un giorno di primavera, a meno di un metro dalle acque di Losanna. La sua mamma doveva essere un’ombra, nessuno l’aveva vista.
A Noël il suo nome piaceva e anche molto, ma non riusciva a spiegarsi come le sorelle potessero affermare che era nata sulle rive del lago, se non avevano mai visto la donna che l’aveva data alla luce.
Tempo dopo, quando i capelli le si allungarono e le ossa si fecero più spesse, Noël smascherò l’innocente bugia, ma dotata di comprensione com’era, non la prese sul personale.
Quando i capelli si fecero ancora più lunghi e le ossa si furono calcificate per bene, Noël preferì ringraziare le sorelle, che la avevano accolta come una figlia e il casermone che le aveva fatto da nido.

Ricominciò da Coulon, la Venezia francese, passando le giornate a remare fra i dedali d’acqua della cittadina, scattando fotografie e scrivendo romanzi allucinogeni che hanno come protagonisti maiali parlanti e cavalli a rotelle, talvolta affetti da malattie improbabili come la buonumorite.
Ventitré anni e spiegò le ali verso nord, con un borsone pieno di fogli di carta e un anatroccolo giallissimo nella tasca del gilet. Lo prese da un allevatore lungo la strada. Era l’ultimo e sapeva che non sarebbe diventato un cigno, ma un gallinaccio tarchiato e dalla livrea imprecisa. Era comunque bellissimo.

Si fermò non lontano da Rennes. Senza un preciso motivo, ma con un’indiscutibile voglia di pane, burro e marmellata. L’Hermitage, un posticino silenzioso con meno di quattromila anime.
Qui Noël trascorse due mesi di felicità e due anni di inferno, durante i quali arrivò a pensare che se i tetti neri tipici dell’Hermitage non fossero stati così spioventi, avrebbero rappresentato un ottimo trampolino.
Durante i due mesi di felicità, Noël aveva iniziato a fare ginnastica, si era comprata una pepaiola di porcellana viola, aveva trovato due arachidi in un solo baccello e provato la gioia della maternità, anche se sua figlia era una pennuta che amava il nuoto e il soffio tiepido dell’asciugacapelli. Ma due mesi durano poco e i buoni propositi ancora meno, soprattutto perché in Bretagna non c’è abbastanza acqua per chi è nato in riva al lago e ha vissuto remando lungo le vie fluviali, scattando fotografie e scrivendo romanzi allucinogeni che hanno come protagonisti maiali parlanti e cavalli a rotelle, talvolta affetti da malattie improbabili come la buonumorite.
La fantasia era sempre stata la sua più grande compagna, nonostante la tenesse sottochiave. Noël aveva paura a presentarla, persino alla sua anatra da compagnia. Per tale ragione, o forse per le ossessioni che la sua fantasia le suggeriva di continuo, conobbe l’ignobile piacere della solitudine, che riuscì a lasciarsi alle spalle solo quando decise di abbandonare il nido che aveva ascoltato i suoi ultimi due anni di pianti.
Lasciò l’Hermitage in piena notte. Sotto un fortissimo acquazzone e con ciò che restava dell’ultimo stipendio, prese un treno per una località che ancora non conosceva. L’importante era che avesse l’acqua e ve ne fosse in abbondanza. L’ultima pillola di Zoloft la prese quando i suoi piedi si fermarono a Le Havre. Pensava che non avesse più bisogno di una pastiglia per difendersi da se stessa. Alla vista della Manica, con il suo immenso, la confezione di psicofarmaci le cadde di mano e il bugiardino uscì dalla scatola. Si allontanò sospinto dal vento, quasi volesse scappare per sempre.
Quella notte Noël sognò la mamma, che nei suoi desideri aveva dei ciuffi biondi e ribelli come i suoi, ma i seni più abbondanti e i lineamenti spigolosi. Rimase a occhi aperti fino all’alba, in compagnia di un’anatra infreddolita a guardare il mare, accucciata nella buca che il suo corpo aveva scavato nella sabbia durante la notte. Avrebbe voluto rubare il sonno a un ghiro, perché il suo non tornava e il sole sgocciolava a mezz’aria, guardando il mare cacciare a riva i pescatori.

«È comoda quanto sembra?» disse una voce alle sue spalle. Era un uomo sulla quarantina, con indosso un pastrano grigio sporco (o forse solo sporco) e in bocca un sigarino col braciere fiacco.
«Comodissima, se non hai intenzione di dormirci» sorrise lei, mentre l’uomo, in balia delle raffiche, si strattonava il colletto per rintanarsi a tartaruga.
«È scappata di casa?».
«Tu scapperesti di casa con un’anatra?»
«Giusto, conclusione affrettata – fece capanna intorno al suo sigarino e ridiede vita al braciere – Mi emoziono ogni giorno. È una sensazione fantastica, quella che si prova nel vedere tornare la propria barca con tutto il pescato. Guarda, quella è la mia chiatta». L’uomo indicò una fra le tante imbarcazioni che puntavano a riva. Noël non capì quale.
«E come mai non sei a bordo?»
«Perché il mare fabbrica vedove – rise sguaiatamente – Io odio il mare, preferisco stare a terra. Tanto, i miei ragazzi sanno il fatto loro».
«Ti limiti a contare i soldi?».
«No, mangio anche un sacco di buon pesce» rispose sarcastico, osservando il porto che prendeva vita. Aveva capito che la ragazzina con l’anatra non gli avrebbe prestato ulteriore attenzione, così decise di andare, ma prima pensò di dare un altro colpo di fiamma al sigarino. «E ora la saluto, signorina. Le auguro una buona giornata».
Noël non rispose, forse non aveva neanche udito le ultime parole che l’uomo aveva pronunciato. Dava i suoi occhi al mare e intanto col tacco dello stivale disegnava qualcosa che aveva la forma di tante cose e che nasceva così, senza nemmeno il bisogno di guardare. Rinvenuta dal suo piccolo sonno, Noël vide l’uomo che si allontanava, seguito da una lieve nebbiolina che si alzava in verticale e vi rimase con lo sguardo per un po’, augurandosi di cuore che suo madre fosse un tipo così.
Cinico, egoista. Tanto per essere certa di non essersi persa nulla.

Nel giro di qualche giorno, Noël riuscì a farsi assumere in una tavola calda nei pressi del porto. Aveva fatto una breve lista di ristoranti e caffetterie della zona, depennando quelli da cui le sembrava impossibile vedere il mare.
Un ostello di periferia divenne la sua casa. Certo, c’era da andare al lavoro con un’anatra in braccio, ma Noël si convinceva che le occhiate di biasimo che incontrava fossero in realtà sguardi di ammirazione. E comunque non le pesava. Magari a Squeeka, l’anatra, pesava l’obbligo di stare mezza giornata in uno sgabuzzino dentro a un catino pieno d’acqua, ma tant’è.
Corinne e Zelda, due colleghe della caffetteria, le offrirono un solaio in cui dormire, le fecero scoprire la Le Havre museale, ma soprattutto quella da bere. E nonostante i primi tempi guardasse le amiche chiedendosi se l’emancipazione femminile significasse soltanto gonne più corte, Noël imparò a scordare le apparenze e per scoprire che Le Havre e i suoi abitanti avevano iniziato ad amarla.
Tre compleanni dopo, Noël riusciva a sentirsi una bimba un po’ più grande e poteva affermare con fermezza di non recarsi in farmacia da un buon paio d’anni, escluso quel settembre in cui le venne il raffreddore e dovette prendere delle aspirine.
In tre anni, mai una bolletta da pagare o la firma su un contratto d’affitto. Didier, Danielle, Ludovic, Gwenaelle, Manon, Victor, René, Adrien e decine di altri nomi di Le Havre la avevano adottata, in un angolo del proprio petto (e della propria casa). Saltava da un’abitazione all’altra, volando in groppa al suo grassoccio pennuto, e ogni volta, qualcuno aveva un letto per lei, perché la compagnia della cameriera col nome della neve e un sorriso dello stesso colore, era sempre cosa gradita.
Nessuno la cacciava, era Noël a cambiare nido quando qualcosa le scattava dentro. E per un tacito contratto di amicizia, nessuno rimaneva mai offeso.
Aveva scelto di agire in questa maniera perché non sentiva il bisogno di andare in farmacia e questo era già tanto. Il mare le dava tutto ciò di cui aveva bisogno e lei ricambiava lasciando andare tutto quello che aveva sempre trattenuto.
Per questo posò per sempre la penna. Lo fece a malincuore, perché sapeva che creare altri mondi l’avrebbe allontanata da quella pagina senza inchiostro, ma con un pugno di case affacciate sul porto.

Noël aveva un problema con il sudore. Scendeva sempre copioso, d’estate come in inverno, quando, rientrando a casa, poteva percepire l’odore di freddo spalmato su tutto il cappotto e l’umito sotto le ascelle. Il mercoledì sera, dopo la doccia, andava con Squeeka alla baia della Senna e si metteva a mo’ di croce per farsi asciugare dal vento. Canticchiando qualunque cosa le girasse in testa.
Poi, un giorno accadde qualcosa che Noël pensava avrebbe ricordato per sempre. E cioè che aveva smesso di sudare. Ma accadde anche qualcosa che le fece scordare di aver finalmente smesso di sudare.
Ciò che accadde, accadde davanti e poi dentro la tavola calda.
Corinne stava macchiando un caffè espresso e Noël raccontava a Zelda del suo weekend in tenda a Parigi coi ragazzi dello skate park, quando una Citroën Dyane rugginosa e scalcagnata fece il suo ingresso nel locale passando per la vetrina.
Il guidatore si mischiò un po’ di ossa, un cliente ci lasciò le penne e il signor Huber, il proprietario della tavola calda, si prese uno spavento che lo persuase a chiudere bottega per sempre.
Con la liquidazione, Noël aveva intenzione di comprare dei regali a tutti coloro che l’avevano ospitata, dopodiché avrebbe cambiato aria, ora che il destino la invitava a cercare un nuovo blu. Invece rimase, perché decise di dare tutto al signor Huber, che rifiutò sei volte prima di mettere in tasca l’assegno che ogni giorno Noël cercava di rifilargli. Per non fallire, l’ultimo di questi sei tentativi lo fece servendosi di Squeeka. Infilò l’assegno nel suo becco e bussò alla porta del signor Huber, che trovandosi un’anatra da parecchie migliaia di euro sul pianerottolo pensò: «È proprio vero, Noël è un piccolo dono al mondo». Lo pensò, ma non avrebbe saputo dire perché. Il motivo era uno ed era anche molto semplice. Noël aveva un sorriso per tutti e non apparteneva a nessuno.

«Sei ubriaca fradicia, Noël» diceva Corinne, ma Noël sentiva solo una pentola borbottare. Camminava scalza per le vie del centro, in compagnia di alcuni amici e un compagno dal collo lungo. «Marcel, portala a casa per favore» supplicava Jade, la ragazza che era solita tenere Squeeka quando Noël spariva per qualche giorno per andare con qualcuno da qualche parte. Marcel la prese in braccio, la bottiglia di rosato cadde in terra, ritmando una fastidiosa melodia di vetro.
«Lasciami andare, scimmia!».
«Ve la riporto domani?» chiese Marcel, attuale coinquilino con cui Noël passava nottate di pura cinefilia, chiedendosi perché i doppiatori non prestassero la voce nelle scene di sesso, lasciando i versi degli attori in originale.
«Dopo pranzo a De Gaulle?».
«È già tanto se si sveglia per la cena» disse lui indicando Noël, che lentamente cedeva al sonno. «Facciamo che vi chiamo».
Così, un ragazzone con il mento oblungo e le mani grosse come padelle sfilò per le vie deserte di Le Havre imbracciando una strampalata ragazza scalza in abito bianco. Non c’era l’ascensore da Marcel, quindi toccava sfidare le scale. La depositò davanti alla porta senza svegliarla, sperando di farla vagare fino al letto in uno stato da semi sonnambulismo.
Monsieur Jougnot, il dirimpettaio, aveva orari assurdi. Usciva tardi e rincasava presto, per gli standard della maggior parte dei lavoratori. Anche quella sera, uscì senza fare rumore, chiudendosi la porta alle spalle. Marcel vide la sua ombra precederlo sul pianerottolo.
«È lei la ragazza che canta a finestre spalancate mentre lava le stoviglie?» domandò Monsieur Jougnot con un tono che Marcel avrebbe scambiato per serio, se non avesse conosciuto fare scanzonato dell’uomo.
«Per carità! Lei asciuga e basta».
«Lentamente… E a voce alta» aggiunse Jougnot.
«Molto. Se le facessi anche lavare, non ha idea dello strazio».
«No, ragazzo, posso immaginare – attraversò il pianerottolo con le chiavi in mano – Sta bene? Non trasporti un cadavere, vero? Non voglio essere complice di un omicidio». Marcel la voltò verso il vicino, per mostrargli il movimento del diaframma. Monsieur Jougnot si congedò.

Noël sapeva che la loro somma dava origine a un numero enorme e che sarebbe stata un pizzico più povera in spirito se le loro strade si fossero divise. Non sapeva se sarebbe stato per sempre, ma scelse di perdere. Squeeka la guardava sincera, come sempre, e capiva alla perfezione perché Noël dovesse prendere quel treno e chiudersi in bagno, sperando che il controllore non andasse a bussare, insospettito da quell’impellenza tanto prolungata. Così se ne andò da Le Havre lasciandosi addosso il tatuaggio incompleto di una sirena e una nostalgia per quello che aveva ancora da fare in quel pugno di case in mezzo al suo foglio bianco.
Il bagno fu costretta a dividerlo con un tunisino che rubava per vivere. Noël fece di sì col capo, del tutto comprensiva, dopodiché attaccò a parlare degli affari suoi, spendendo una buona mezz’ora ad ammorbare il povero Samir con la galleria fotografica del cellulare, dedicata quasi unicamente alla sua anatra da appartamento.
Chiacchiera chiacchiera, venne fuori che a entrambi solleticava l’idea di trasferirsi in Costa Rica e che il tunisino aveva una moglie a Marsiglia e la figlia a Tunisi. Non vedeva la piccola da sei anni, di lei aveva soltanto un’immagine impressa su carta scolorita, che custodiva nel portafogli. Diceva di voler tornare da lei nei panni di un principe, fino ad allora, avrebbe vagato in cerca di fortuna.
Per guarire la nostalgia, Noël consigliò a Samir un impacco di buoni ricordi a cui guardare come se non fossero ancora accaduti, così poteva goderseli come la prima volta. Lei faceva questa cosa e il più delle volte funzionava, anche se non per molto molto.
«Aspettando Parigi», così avrebbe chiamato il romanzo di quel viaggio, se fosse stata una scrittrice. Un romanzo di formazione e avventura: visionario, dal ritmo serrato, impreziosito da personaggi versatili e una sceneggiatura corposa.
Non poteva funzionare, il viaggio era troppo breve per tirarne fuori qualcosa di buono. Cassò l’idea.
Entrambi non riuscirono a raggiungere la capitale. Vennero scaraventati giù dal treno a un’ora da Parigi e dopo aver seminato la polizia ferroviaria, che li aveva confinati in uno stanzino in attesa di una volante, si erano stabiliti in un boschetto per passare la notte, perché Noël portava con sé si e no cento euro in banconote di piccolo taglio e il tunisino aveva un decreto di espulsione sulle spalle. A Noël non venne il minimo sospetto che Samir potesse avere cattive intenzioni.

 

Faceva bene a pensarlo, perché la notte scivolò via con una serenità disarmante. Purtroppo però, con ogni probabilità Parigi l’avrebbero aspettata per sempre. O lei avrebbe aspettato loro.
Dopo due ore di cammino, raggiunsero una cittadina semideserta. In piazza, seduti su una panchina sotto il sole trasparente del mattino, decisero di separarsi. Samir avrebbe proseguito a piedi, Noël si sarebbe fermata per riflettere sul da farsi. Propose al tunisino di scattarsi una foto assieme, come ricordo, ma lui declinò, quindi si salutarono con una pacifica stretta di mano e si augurarono vicendevolmente buona fortuna.
Noël rimase sulla panca, le gambe incrociate e un languore che iniziava a trasformarsi in tortura. A forza di escogitare una maniera sensata per raggirare il conducente dell’autobus sul quale voleva salire, la mente se ne andò altrove e Noël prese a sfilacciarsi il jeans meccanicamente, rapita dai pensieri. Venuta a capo di niente, si avvicinò alla corriera delle diciotto con la mano al portafogli, pensando che qualunque cifra avesse speso ora, l’avrebbe potuta recuperare poi.
L’autista ordinò alle porte di aprirsi e quelle eseguirono. Era un uomo grasso e unto, con una fronte talmente larga e lucida che Noël non poté fare a meno di scoprire di specchiarsi, notando di avere degli occhi grandissimi.

«E come mai la Danimarca?» chiese il sagrestano.
«Torno a casa un po’ alticcia, devo ammetterlo, e chi mi trovo sul pianerottolo? Il fornaio che veniva ogni mattina in orfanotrofio a portare il pane. Troppo assurdo per essere vero» rispose Noël, mandando giù una cucchiaiata di zuppa.
«E l’hai riconosciuto così, senza esitazioni?».
«Macché, l’altra sera non mi sarei riconosciuta io stessa. Lui mi ha visto e a momenti ci restava secco. Mi è sempre piaciuto tanto Gerì, una volta devo avergli chiesto se voleva farmi da papà».
Noël alzò lo sguardo dalla ciotola col sorriso stampato sulla bocca. Oltre i muri di quella cucina striminzita, un paese disperso nel nulla, a tramonto inoltrato. «Per farla breve, quando Gerì è andato in pensione si è trasferito a Le Havre per assistere la sorella e sembra che tempo fa abbia ricevuto una chiamata dall’orfanotrofio. Cercavano disperatamente qualcuno che avesse memoria di me e magari il modo di contattarmi». Il sagrestano approfittò della pausa per inghiottire i fagioli che vegetavano sul suo cucchiaio. Sembrava così preso dalla storia, che il pasto sotto al suo mento, lì a raffreddarsi, era più una scocciatura che una benedizione
«Sembra che mia madre sia morta e mi abbia lasciato un buco minuscolo a Haderslev, in Danimarca. Ma non è di quello che mi interessa…».
«Scusa la domanda, come sperava di rintracciarti?» domandò il sagrestano, già al riassetto della cucina.
«Forse quando mi ha chiamata così, contando sul fatto che mi avrebbe ripescato facilmente se le fosse venuto un impulso materno improvviso».
«Non dire così, Noël. A perdonare non si sbaglia mai o almeno a comprend-».
«Ti ringrazio, davvero, ma le suore proprio non ci sono riuscite a catechizzarmi. E con loro ci sono stata per parecchio tempo». Il sagrestano rise e finì di sparecchiare, pronto a congedarsi.
«Noël, io sono abituato a coricarmi presto, ti saluto ora. Domani sono sicuro ci inventeremo qualcosa».
«Grazie di cuore» disse Noël, prendendo le mani dell’uomo, che arrossì visibilmente.
Ma facciamo un passo indietro, al motivo per il quale Noël si trovava a casa di un sagrestano. Ebbene, pare che quella vecchia volpe di Samir fosse davvero chi diceva di essere e che avesse spazzolato tutto ciò che il portafoglio di Noël conteneva. Il sagrestano, assistendo alla scena di lei che supplicava l’autista del bus di farla salire, era andato in suo soccorso, e così…
«Le scoccia se lavo io i piatti?» domandò Noël.
Il sagrestano ci rimase come un baccalà, fissando la pila di stoviglie come se fosse impossibile immaginare per loro un destino diverso dal bivacco nel lavabo. Provò inutilmente a rifiutare. Noël aveva il vizio di domandare affermando. O affermare domandando. Se ne infischiò, condannandolo alla veglia coi suoi canti da lavaggio.
L’indomani, computer alla mano, Noël cercò un passaggio su un sito di car pooling. Passò dalla piazza una vecchia monovolume rosa con gli stop rotti. Aveva più nastro adesivo che carrozzeria, solo un cristallo era ancora integro. Il marcantonio al volante era un belga spettinato, di ritorno da un viaggio di lavoro e diretto a Herve, una cittadina al confine con la Germania.
Sconcertato dalla carrozzeria e dal losco figuro alla guida, il sagrestano le chiese, muovendo appena le labbra per la paura, se fosse proprio sicura di volersene andare con quel tipo. Risposta affermativa e inappellabile. Le strinse le mani e vi infilò delle banconote, vedendola andare via per sempre.

Sei ore a passo di lumaca. Noël cercava di resistere al sonno tentando invano di innescare qualche tipo di conversazione, ma il marcantonio fissava incarognito la strada, come se il suo nemico fosse là, sempre avanti a lui. Chiaramente, innanzi a lui non c’era nessuno.
Quando Noël si addormentò, la notte era già calata e il viaggio quasi al termine. Nel momento in cui aprì gli occhi, venne assalita da un’improvvisa buonumorite.
Lei non desiderava avere una mamma, ma solo conoscerne le sembianze. Nei suoi sogni accadeva spesso di vederla camminare sola in luoghi deserti. Sogni che si palesavano anche ora, in un alberghetto poco distante dalla chiesa di San Giovanni Battista, a Herve. Il giorno seguente decise di risparmiare qualche spicciolo fondendo colazione e pranzo. Imburrò una baguette e sgraffignò due ciliegie da un bancale di frutta, quindi andò in biblioteca per usare il computer e stampare qualche foglio da affiggere alla bacheca degli annunci.
Vedendola entrare con lo sfilatino sguainato e le fauci sporche di burro, il bibliotecario la scrutò con malcelato spregio. A Noël venne in mente quella misericordia gettata nei cappelli dei disgraziati, dalle mani sprezzanti dei fedeli. Quella cosa che chiamano carità.
Aveva imparato che la cosa più importante era fregarsene. Fregarsene di quello che dicono le persone, tanto tutto si rivela sempre nel suo contrario. Lo salutò sfoggiando un bel sorriso burroso e proseguì per la sua strada.
Cercò un buco nella bacheca degli annunci. Era costellata di fogli e foglietti ora stampati, ora scritti a mano. Pensò che forse anche lei avrebbe potuto scrivere un biglietto a mano, ma non ce ne fu bisogno.
Sulla sinistra della bacheca, un cartoncino colorato gridava disperato alla ricerca di una guida turistica ben documentata sulla città di Amburgo, in Germania. La partenza era fissata per le sette del mattino seguente. Noël spese gli ultimi soldi che aveva per saldare il conto dell’hotel e chiamare il numero annotato sul volantino. Tornò alla biblioteca, consultò una guida che trattasse la città di Amburgo e divenne una perfetta guida turistica in meno di dodici ore.

«Manca solo Justine, signore belle?» chiese Noël, buttando la testa nel vecchio Caravel. Mezza giornata di borbottii e clangori dal vano motore, ma almeno l’auto camminava ancora.
Marie, Sophie, Colette, Michelle e Justine erano cinque graziose comari che avevano passato le ultime cinque ore a sferruzzare e fare gli scongiuri ogniqualvolta il motore tossiva. A Noël facevano simpatia. Nei momenti vuoti si sedeva fra Colette e Sophie per fare due chiacchiere o per mostrare loro in fotografia la sua bizzara anatra da appartamento.
La storia era questa: ogni sei mesi, le cinque comari si spendevano la pensione in un viaggio culturale. Brest, Amsterdam, Napoli. Peccato che in questo caso, la loro guida fosse svanita tre giorni prima della partenza, con la parcella già pagata e il telefono staccato. C’erano rimaste d’un male le poverine. Per lenire i loro dolori e al contempo i suoi rimorsi da truffatrice, Noël insistette per non essere pagata. Si sarebbe accontentata di un letto per dormire e due pasti completi per ogni giorno di soggiorno.
«Colette è la più anziana e anche la più religiosa. Quella che gestisce la baracca, per intenderci» disse Malik, un ragazzo nato a Casablanca, naturalizzato francese quando ancora era un pupo. «Marie e Michelle sono bigottissime, ma ti fanno morire. Siamo stati in Italia una volta. Pensano che basti muovere le mani platealmente e indicare cose per farsi capire».
Era un bel tipo Malik, pensava Noël. Ascoltava paziente le chiacchiere delle comari, era in grado di sfoggiare un sorriso rassicurante e aveva il capello rasato e i baffi all’inglese, come piaceva a lei. Che bicipiti si era comprato, poi.
«Le conosci bene…».
«Mia madre fa la fisioterapia a Michelle e ogni tanto mi incastra qui. Mi pagano, ovviamente».
«Fai altro nella vita?» chiese lei, mentre le comari si rimproveravano l’un l’altra di non aver tenuto d’occhio Justine. Era capace di sparire per ore, se si trovava per le strade di una città sconosciuta.
«Studio».
«Studi?».
«Se non sapessi le lingue, pensi che queste vecchie tardone non si perderebbero ogni volta che girano l’angolo? Vedi Sophie? Lei è una sagoma… Ed è anche orba. Una volta a Monaco si è messa a sbuffare dietro a un tizio fermo nella hall dell’albergo. Lei ha fretta e questo non si sposta e allora Sophie inizia a strillare come una pazza, finché non esce una cameriera che le fa notare che sta sbraitando al cartonato di un bavarese che sponsorizza una birra locale». Noël rise più del dovuto. La storia era carina, anche se qualcosa le diceva che romanzata. Finse i crampi allo stomaco, piegata in due, soffocata da risate artificiali. Rise più del dovuto, ma lo fece per assaporare meglio il sorriso compiaciuto che Malik portava in bocca.
Dal lato opposto della strada, spuntò Justine con un grosso cefalo avvolto nella plastica, acquistato al mercato del pesce di Altona.
«Sembrano una bella combriccola, però. Da me a Le Havre, c’è tanta gente stramba, ma queste sono imbattibili!». «Loro? Pensi davvero che siano più assurde di te?». Malik la guardava negli occhi. Si sentiva rimproverata, anche se in realtà lui scherzava. «Te l’ho detto che mio fratello lavora in biblioteca? Ieri sera diceva di aver visto una tipa tutta trasandata che si aggirava per gli scaffali, alla ricerca di un libro su Amburgo. Mi ha detto che era mezza bionda, e che era un incanto».
La chiesa St. Jacobi, quella di San Michele, l’oasi verde di Planten un Blomen: Noël era un diluvio di parole. I panni della falsa guida turistica li vestiva perfettamente, sotto agli occhi sorridenti di Malik, che si portava a spasso le risate ogni volta che, in mancanza di parole, l’impostora era costretta a inventarsi qualche balla su Munch o il figlio di Bach.
Furono due giorni piuttosto strani, durante i quali mangiò cibi nuovi e vide facce sempre diverse per le strade di quella Amburgo affaccendata e rumorosa. Le piaceva.
Quando la trasferta volgeva ormai al termine, in camera con Malik, sdraiata sul letto, al suo fianco, con lo smalto ai piedi ad asciugare e le mani occupate a massaggiarsi le cosce ai piedi, decise di mettersi a nudo. Gli raccontò del motivo del suo viaggio, lo pregò di darle un ultimo strappo oltreconfine, perché doveva fare una cosa. Stremata, venne travolta dalle lacrime e da mille quesiti irrisolti. Non piangeva da anni, ormai, nemmeno nella fase premestruale. Malik non disse niente. La sfiorò con un bacio asciutto e fugace, che Noël non sapeva di desiderare così tanto.

All’alba del giorno seguente, i piedi di Noël toccarono il suolo di Haderslev. Malik aveva deciso di perorare la causa della ragazza, per questo aveva lasciato un biglietto sotto la porta di Colette, spiegando il perché del momentaneo abbandono.
Di fronte allo chalet ereditato, Noël si convinse di avere fatto bene ad arrivare fin lì. Circondò la casa a passi larghi, lasciando le sue impronte nel terriccio e carezzando il legno danese che sapeva di muschio
« Viene qualcuno a portare la chiavi?» chiese Maulik, prosciugando l’ennesima sigaretta. Poi vide un sasso infrangere il vetro di una finestra e la sua amica entrare nello chalet senza passare per la porta. In tutta calma e pace dei sensi. La seguì all’interno, schivando i vetri in frantumi. La trovò nella camera da letto, coi piedi su un tappeto persiano che copriva l’intera stanza. I muri erano pieni di coccarde, nastri e trofei. Bottini di atletica.
Noël stringeva fra le mani una fotografia, nella penombra della stanza, in un silenzio che sembrava quasi pericoloso e perdurava nonostante gli appelli di Malik. Posò la cornice che aveva in mano, sistemandola sul comodino impolverato dal quale l’aveva presa.
«Possiamo andare» disse, uscendo.
« Forza… spingi… ancora un po’… perfetto!» disse Malik, con la faccia impiastricciata dal sudore, che scendeva come crema di latte fin sotto il mento e poi giù per il collo. A pochi chilometri da Amburgo, il Caravel li aveva abbandonati.
«Vuoi lasciarla qui?» domandò Noël stupita.
«Non è il migliore dei posti, ma per la notte può andare».
Avevano viaggiato in silenzio per tutto il ritorno. Si erano fermati in un’area di sosta perché Malik aveva urgenza di accovacciarsi all’ombra di un pino e qualche tempo dopo in una stazione di servizio, dove alla domanda “caffè?”, Noël aveva risposto “sì, grazie”.
In realtà, era stato Malik a spegnere il motore, alla vista del cartello che segnava l’imminente ingresso ad Amburgo. Fingeva di trovare una soluzione al problema e intanto staccava il filo della bobina per impedire l’accensione del veicolo. Sapeva che rischiava di non vederla mai più.
Noël tirò fuori dal suo zaino due barrette ai cereali. Le mangiarono sdraiati sul tettuccio del furgone, mentre il cielo si cospargeva lentamente di stelle. Anche se si trovavano a pochi metri dalla strada, a Noël sembrava di stare ai confini del globo. Per non farsi scendere di nuovo le lacrime, Noël prese a baciarlo. Sulla faccia, sul collo. Rimasero stretti nell’abbraccio e sonnecchiarono un po’. Il freddo non ebbe pietà di loro, quindi si trasferirono giù, nell’auto-camera d’albergo.
«Aspetta». Noël fiondò la testa sotto al sedile. Ne tirò fuori un telo copriauto che prese a incastrare nei poggiatesta, con l’intento di tirare su una capanna. «Giochiamo agli indiani?».
«Lo sai Noël? Faccio trent’anni il mese prossimo…». Malik la guardava immobile.
«È un no?».
«Stai scherzando? Houhouhou!» gridò Malik, imitando il verso degli indiani. Provò a incaprettarla con il filo interdentale che teneva in valigia, ma si ruppe. E comunque non c’erano i binari del treno su cui adagiare la vittima incaprettata.
Noël non aveva mai avuto un ragazzo e più che stringerlo fra le braccia, lo lambiva delicatamente, esplorandolo con perizia. Quel corpo era il paese delle meraviglie e lo avrebbe attraversato in lungo e in largo.
Giocare a bisticciarsi le labbra rappresentava per lei l’apice del sentimento. Lui spalmava schifosamente i suoi dieci centimetri di lingua su zigomi e fronte, mente lei mordeva dove le guance offrivano più ciccia. Che baci cattivi si davano, a lume di torcia, nella capanna degli indiani. Noël chiuse gli occhi e sognò di sognare sua mamma, una donna dai capelli lunghi, mossi e platinati, il cui volto aveva cercato, per dimenticarlo il giorno seguente.