NOEL (1)

Noël sapeva due cose. Di portare il nome di una festività invernale e che era nata in Svizzera. Nient’altro. Era una ragazza semplice, la vita non le aveva mai chiesto niente e per contraccambiare, Noël non aveva chiesto mai niente alla vita. Anche volendo, non avrebbe saputo che chiederle.
Le sorelle della Casa degli orfanelli le dissero che la sua testolina spelacchiata era spuntata fuori, in un giorno di primavera, a meno di un metro dalle acque di Losanna. La sua mamma doveva essere un’ombra, nessuno l’aveva vista.
A Noël il suo nome piaceva e anche molto, ma non riusciva a spiegarsi come le sorelle potessero affermare che era nata sulle rive del lago, se non avevano mai visto la donna che l’aveva data alla luce.
Tempo dopo, quando i capelli le si allungarono e le ossa si fecero più spesse, Noël smascherò l’innocente bugia, ma dotata di comprensione com’era, non la prese sul personale.
Quando i capelli si fecero ancora più lunghi e le ossa si furono calcificate per bene, Noël preferì ringraziare le sorelle, che la avevano accolta come una figlia e il casermone che le aveva fatto da nido.

Ricominciò da Coulon, la Venezia francese, passando le giornate a remare fra i dedali d’acqua della cittadina, scattando fotografie e scrivendo romanzi allucinogeni che hanno come protagonisti maiali parlanti e cavalli a rotelle, talvolta affetti da malattie improbabili come la buonumorite.
Ventitré anni e spiegò le ali verso nord, con un borsone pieno di fogli di carta e un anatroccolo giallissimo nella tasca del gilet. Lo prese da un allevatore lungo la strada. Era l’ultimo e sapeva che non sarebbe diventato un cigno, ma un gallinaccio tarchiato e dalla livrea imprecisa. Era comunque bellissimo.

Si fermò non lontano da Rennes. Senza un preciso motivo, ma con un’indiscutibile voglia di pane, burro e marmellata. L’Hermitage, un posticino silenzioso con meno di quattromila anime.
Qui Noël trascorse due mesi di felicità e due anni di inferno, durante i quali arrivò a pensare che se i tetti neri tipici dell’Hermitage non fossero stati così spioventi, avrebbero rappresentato un ottimo trampolino.
Durante i due mesi di felicità, Noël aveva iniziato a fare ginnastica, si era comprata una pepaiola di porcellana viola, aveva trovato due arachidi in un solo baccello e provato la gioia della maternità, anche se sua figlia era una pennuta che amava il nuoto e il soffio tiepido dell’asciugacapelli. Ma due mesi durano poco e i buoni propositi ancora meno, soprattutto perché in Bretagna non c’è abbastanza acqua per chi è nato in riva al lago e ha vissuto remando lungo le vie fluviali, scattando fotografie e scrivendo romanzi allucinogeni che hanno come protagonisti maiali parlanti e cavalli a rotelle, talvolta affetti da malattie improbabili come la buonumorite.
La fantasia era sempre stata la sua più grande compagna, nonostante la tenesse sottochiave. Noël aveva paura a presentarla, persino alla sua anatra da compagnia. Per tale ragione, o forse per le ossessioni che la sua fantasia le suggeriva di continuo, conobbe l’ignobile piacere della solitudine, che riuscì a lasciarsi alle spalle solo quando decise di abbandonare il nido che aveva ascoltato i suoi ultimi due anni di pianti.
Lasciò l’Hermitage in piena notte. Sotto un fortissimo acquazzone e con ciò che restava dell’ultimo stipendio, prese un treno per una località che ancora non conosceva. L’importante era che avesse l’acqua e ve ne fosse in abbondanza. L’ultima pillola di Zoloft la prese quando i suoi piedi si fermarono a Le Havre. Pensava che non avesse più bisogno di una pastiglia per difendersi da se stessa. Alla vista della Manica, con il suo immenso, la confezione di psicofarmaci le cadde di mano e il bugiardino uscì dalla scatola. Si allontanò sospinto dal vento, quasi volesse scappare per sempre.
Quella notte Noël sognò la mamma, che nei suoi desideri aveva dei ciuffi biondi e ribelli come i suoi, ma i seni più abbondanti e i lineamenti spigolosi. Rimase a occhi aperti fino all’alba, in compagnia di un’anatra infreddolita a guardare il mare, accucciata nella buca che il suo corpo aveva scavato nella sabbia durante la notte. Avrebbe voluto rubare il sonno a un ghiro, perché il suo non tornava e il sole sgocciolava a mezz’aria, guardando il mare cacciare a riva i pescatori.

«È comoda quanto sembra?» disse una voce alle sue spalle. Era un uomo sulla quarantina, con indosso un pastrano grigio sporco (o forse solo sporco) e in bocca un sigarino col braciere fiacco.
«Comodissima, se non hai intenzione di dormirci» sorrise lei, mentre l’uomo, in balia delle raffiche, si strattonava il colletto per rintanarsi a tartaruga.
«È scappata di casa?».
«Tu scapperesti di casa con un’anatra?»
«Giusto, conclusione affrettata – fece capanna intorno al suo sigarino e ridiede vita al braciere – Mi emoziono ogni giorno. È una sensazione fantastica, quella che si prova nel vedere tornare la propria barca con tutto il pescato. Guarda, quella è la mia chiatta». L’uomo indicò una fra le tante imbarcazioni che puntavano a riva. Noël non capì quale.
«E come mai non sei a bordo?»
«Perché il mare fabbrica vedove – rise sguaiatamente – Io odio il mare, preferisco stare a terra. Tanto, i miei ragazzi sanno il fatto loro».
«Ti limiti a contare i soldi?».
«No, mangio anche un sacco di buon pesce» rispose sarcastico, osservando il porto che prendeva vita. Aveva capito che la ragazzina con l’anatra non gli avrebbe prestato ulteriore attenzione, così decise di andare, ma prima pensò di dare un altro colpo di fiamma al sigarino. «E ora la saluto, signorina. Le auguro una buona giornata».
Noël non rispose, forse non aveva neanche udito le ultime parole che l’uomo aveva pronunciato. Dava i suoi occhi al mare e intanto col tacco dello stivale disegnava qualcosa che aveva la forma di tante cose e che nasceva così, senza nemmeno il bisogno di guardare. Rinvenuta dal suo piccolo sonno, Noël vide l’uomo che si allontanava, seguito da una lieve nebbiolina che si alzava in verticale e vi rimase con lo sguardo per un po’, augurandosi di cuore che suo madre fosse un tipo così.
Cinico, egoista. Tanto per essere certa di non essersi persa nulla.

Nel giro di qualche giorno, Noël riuscì a farsi assumere in una tavola calda nei pressi del porto. Aveva fatto una breve lista di ristoranti e caffetterie della zona, depennando quelli da cui le sembrava impossibile vedere il mare.
Un ostello di periferia divenne la sua casa. Certo, c’era da andare al lavoro con un’anatra in braccio, ma Noël si convinceva che le occhiate di biasimo che incontrava fossero in realtà sguardi di ammirazione. E comunque non le pesava. Magari a Squeeka, l’anatra, pesava l’obbligo di stare mezza giornata in uno sgabuzzino dentro a un catino pieno d’acqua, ma tant’è.
Corinne e Zelda, due colleghe della caffetteria, le offrirono un solaio in cui dormire, le fecero scoprire la Le Havre museale, ma soprattutto quella da bere. E nonostante i primi tempi guardasse le amiche chiedendosi se l’emancipazione femminile significasse soltanto gonne più corte, Noël imparò a scordare le apparenze e per scoprire che Le Havre e i suoi abitanti avevano iniziato ad amarla.
Tre compleanni dopo, Noël riusciva a sentirsi una bimba un po’ più grande e poteva affermare con fermezza di non recarsi in farmacia da un buon paio d’anni, escluso quel settembre in cui le venne il raffreddore e dovette prendere delle aspirine.
In tre anni, mai una bolletta da pagare o la firma su un contratto d’affitto. Didier, Danielle, Ludovic, Gwenaelle, Manon, Victor, René, Adrien e decine di altri nomi di Le Havre la avevano adottata, in un angolo del proprio petto (e della propria casa). Saltava da un’abitazione all’altra, volando in groppa al suo grassoccio pennuto, e ogni volta, qualcuno aveva un letto per lei, perché la compagnia della cameriera col nome della neve e un sorriso dello stesso colore, era sempre cosa gradita.
Nessuno la cacciava, era Noël a cambiare nido quando qualcosa le scattava dentro. E per un tacito contratto di amicizia, nessuno rimaneva mai offeso.
Aveva scelto di agire in questa maniera perché non sentiva il bisogno di andare in farmacia e questo era già tanto. Il mare le dava tutto ciò di cui aveva bisogno e lei ricambiava lasciando andare tutto quello che aveva sempre trattenuto.
Per questo posò per sempre la penna. Lo fece a malincuore, perché sapeva che creare altri mondi l’avrebbe allontanata da quella pagina senza inchiostro, ma con un pugno di case affacciate sul porto.

Noël aveva un problema con il sudore. Scendeva sempre copioso, d’estate come in inverno, quando, rientrando a casa, poteva percepire l’odore di freddo spalmato su tutto il cappotto e l’umito sotto le ascelle. Il mercoledì sera, dopo la doccia, andava con Squeeka alla baia della Senna e si metteva a mo’ di croce per farsi asciugare dal vento. Canticchiando qualunque cosa le girasse in testa.
Poi, un giorno accadde qualcosa che Noël pensava avrebbe ricordato per sempre. E cioè che aveva smesso di sudare. Ma accadde anche qualcosa che le fece scordare di aver finalmente smesso di sudare.
Ciò che accadde, accadde davanti e poi dentro la tavola calda.
Corinne stava macchiando un caffè espresso e Noël raccontava a Zelda del suo weekend in tenda a Parigi coi ragazzi dello skate park, quando una Citroën Dyane rugginosa e scalcagnata fece il suo ingresso nel locale passando per la vetrina.
Il guidatore si mischiò un po’ di ossa, un cliente ci lasciò le penne e il signor Huber, il proprietario della tavola calda, si prese uno spavento che lo persuase a chiudere bottega per sempre.
Con la liquidazione, Noël aveva intenzione di comprare dei regali a tutti coloro che l’avevano ospitata, dopodiché avrebbe cambiato aria, ora che il destino la invitava a cercare un nuovo blu. Invece rimase, perché decise di dare tutto al signor Huber, che rifiutò sei volte prima di mettere in tasca l’assegno che ogni giorno Noël cercava di rifilargli. Per non fallire, l’ultimo di questi sei tentativi lo fece servendosi di Squeeka. Infilò l’assegno nel suo becco e bussò alla porta del signor Huber, che trovandosi un’anatra da parecchie migliaia di euro sul pianerottolo pensò: «È proprio vero, Noël è un piccolo dono al mondo». Lo pensò, ma non avrebbe saputo dire perché. Il motivo era uno ed era anche molto semplice. Noël aveva un sorriso per tutti e non apparteneva a nessuno.

«Sei ubriaca fradicia, Noël» diceva Corinne, ma Noël sentiva solo una pentola borbottare. Camminava scalza per le vie del centro, in compagnia di alcuni amici e un compagno dal collo lungo. «Marcel, portala a casa per favore» supplicava Jade, la ragazza che era solita tenere Squeeka quando Noël spariva per qualche giorno per andare con qualcuno da qualche parte. Marcel la prese in braccio, la bottiglia di rosato cadde in terra, ritmando una fastidiosa melodia di vetro.
«Lasciami andare, scimmia!».
«Ve la riporto domani?» chiese Marcel, attuale coinquilino con cui Noël passava nottate di pura cinefilia, chiedendosi perché i doppiatori non prestassero la voce nelle scene di sesso, lasciando i versi degli attori in originale.
«Dopo pranzo a De Gaulle?».
«È già tanto se si sveglia per la cena» disse lui indicando Noël, che lentamente cedeva al sonno. «Facciamo che vi chiamo».
Così, un ragazzone con il mento oblungo e le mani grosse come padelle sfilò per le vie deserte di Le Havre imbracciando una strampalata ragazza scalza in abito bianco. Non c’era l’ascensore da Marcel, quindi toccava sfidare le scale. La depositò davanti alla porta senza svegliarla, sperando di farla vagare fino al letto in uno stato da semi sonnambulismo.
Monsieur Jougnot, il dirimpettaio, aveva orari assurdi. Usciva tardi e rincasava presto, per gli standard della maggior parte dei lavoratori. Anche quella sera, uscì senza fare rumore, chiudendosi la porta alle spalle. Marcel vide la sua ombra precederlo sul pianerottolo.
«È lei la ragazza che canta a finestre spalancate mentre lava le stoviglie?» domandò Monsieur Jougnot con un tono che Marcel avrebbe scambiato per serio, se non avesse conosciuto fare scanzonato dell’uomo.
«Per carità! Lei asciuga e basta».
«Lentamente… E a voce alta» aggiunse Jougnot.
«Molto. Se le facessi anche lavare, non ha idea dello strazio».
«No, ragazzo, posso immaginare – attraversò il pianerottolo con le chiavi in mano – Sta bene? Non trasporti un cadavere, vero? Non voglio essere complice di un omicidio». Marcel la voltò verso il vicino, per mostrargli il movimento del diaframma. Monsieur Jougnot si congedò.

Noël sapeva che la loro somma dava origine a un numero enorme e che sarebbe stata un pizzico più povera in spirito se le loro strade si fossero divise. Non sapeva se sarebbe stato per sempre, ma scelse di perdere. Squeeka la guardava sincera, come sempre, e capiva alla perfezione perché Noël dovesse prendere quel treno e chiudersi in bagno, sperando che il controllore non andasse a bussare, insospettito da quell’impellenza tanto prolungata. Così se ne andò da Le Havre lasciandosi addosso il tatuaggio incompleto di una sirena e una nostalgia per quello che aveva ancora da fare in quel pugno di case in mezzo al suo foglio bianco.
Il bagno fu costretta a dividerlo con un tunisino che rubava per vivere. Noël fece di sì col capo, del tutto comprensiva, dopodiché attaccò a parlare degli affari suoi, spendendo una buona mezz’ora ad ammorbare il povero Samir con la galleria fotografica del cellulare, dedicata quasi unicamente alla sua anatra da appartamento.
Chiacchiera chiacchiera, venne fuori che a entrambi solleticava l’idea di trasferirsi in Costa Rica e che il tunisino aveva una moglie a Marsiglia e la figlia a Tunisi. Non vedeva la piccola da sei anni, di lei aveva soltanto un’immagine impressa su carta scolorita, che custodiva nel portafogli. Diceva di voler tornare da lei nei panni di un principe, fino ad allora, avrebbe vagato in cerca di fortuna.
Per guarire la nostalgia, Noël consigliò a Samir un impacco di buoni ricordi a cui guardare come se non fossero ancora accaduti, così poteva goderseli come la prima volta. Lei faceva questa cosa e il più delle volte funzionava, anche se non per molto molto.
«Aspettando Parigi», così avrebbe chiamato il romanzo di quel viaggio, se fosse stata una scrittrice. Un romanzo di formazione e avventura: visionario, dal ritmo serrato, impreziosito da personaggi versatili e una sceneggiatura corposa.
Non poteva funzionare, il viaggio era troppo breve per tirarne fuori qualcosa di buono. Cassò l’idea.
Entrambi non riuscirono a raggiungere la capitale. Vennero scaraventati giù dal treno a un’ora da Parigi e dopo aver seminato la polizia ferroviaria, che li aveva confinati in uno stanzino in attesa di una volante, si erano stabiliti in un boschetto per passare la notte, perché Noël portava con sé si e no cento euro in banconote di piccolo taglio e il tunisino aveva un decreto di espulsione sulle spalle. A Noël non venne il minimo sospetto che Samir potesse avere cattive intenzioni.