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L’accoglienza è la risposta moralmente più giusta agli esodi di massa, ma anche la soluzione più economica nella gestione dei flussi. Perché, dunque, non accoglierli tutti?
Una premessa del genere può sembrare insensata, o alla meglio una provocazione, ma facendo una breve analisi, anche la persona più ritrosa nei confronti dell’immigrazione potrebbe cambiare opinione. Per farlo però, dobbiamo partire da una panoramica sul continente dal quale proviene il maggior numero di richiedenti asilo, l’Africa.

I migranti economici non esistono

I rapporti sui diritti umani in Africa ci mettono in mano la cartella clinica di un continente ancora martoriato dalla povertà, dalle malattie, in una cornice di instabilità politica e terrorismo che provocano continui esodi di massa. Gli stati africani che si salvano da queste piaghe, non sono comunque in grado di garantire una vita dignitosa ai propri abitanti per via delle profonde disuguaglianze sociali, della corruzione capillare, del land grabbing e un’economia ancora vincolata all’Occidente, grazie a trattati unilaterali che favoriscono gli stati esteri.
Prendiamo il Franco Centro Africano, una moneta utilizzata da 14 stati formalmente indipendenti, le cui banche non hanno alcuna sovranità e sono quindi costrette a riferirsi a un rappresentante francese. Pensiamo al peso di un vincolo del genere e ai benefici continentali che deriverebbero dal suo scioglimento. È solo un esempio, ma rende lampante quanto sia difficile riassumere il complesso mosaico di concause che può spingere una persona a lasciare la propria casa.
Di certo, non possiamo considerare come unico parametro di accettazione la presenza di conflitti bellici nei paesi di partenza, sebbene i governi occidentali alimentino l’idea che si possano scindere arbitrariamente migranti economici e rifugiati, quando le cronache hanno ampiamente documentato che sui barconi viaggiano storie di rapimenti, violenze, ricatti, di pick up che sfrecciano attraverso il deserto del Niger e non si fermano se qualcuno cade dal retro. Il vissuto di queste persone ci costringe a ragionare sull’immigrazione fuori dai recinti della retorica e dal significato enciclopedico dei termini. Chi si sposta per cercare denaro ma rischia di morire provandoci non può considerarsi un banale migrante economico. Non può essere riassunto in una formula semplicistica volta a separare i benaccetti dagli indesiderabili, pensata per autoassolverci dalla responsabilità che abbiamo nei confronti di queste persone.

Complici dell’ingiustizia libica

Una responsabilità ignorata da tutti i partiti, anche quelli formalmente aperti all’immigrazione. Ne è un esempio il Partito Democratico, che invece di dare seguito ai propri propositi con azioni di concreta inclusione, ha preferito pagare per fermare gli sbarchi.
L’intesa Minitti, firmata il 2 febbraio 2017 dall’ex Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha ridotto gli sbarchi del 83%. A quale prezzo?
In termini economici, 200 milioni di euro stanziati in via d’urgenza dall’UE più l’apporto logistico e la formazione professionale della guardia costiera libica. In termini morali, il costo è stato enorme.
I trafficanti che prima prendevano soldi dai migranti, ora li prendono dai governi europei per tenere persone innocenti in regime di detenzione. Non solo siamo al corrente delle sistematiche violazioni dei diritti umani all’interno delle carceri libiche, ma sappiamo anche che la guardia costiera libica opera a contatto con gli scafisti, alcuni dei quali già noti alle autorità nazionali e internazionali.
Tutto questo non dissuade Italia ed Europa dal firmare un accordo umanamente inaccettabile, stipulato con un paese fortemente instabile, la Libia, che risponde a due differenti Parlamenti e a svariate milizie. Questi accordi vengono presentati come una misura di contrasto agli scafisti, ma è una menzogna che trova contraddittorio nell’incarnazione pratica di questo patto. Se l’intento fosse quello di colpire i trafficanti di esseri umani, le conseguenze dell’intesa Minniti non ricadrebbero sugli esseri umani.
Il carcere preventivo è in questo caso una negazione di protezione a chi potrebbe averne pieno diritto: un malato in cerca di cure migliori, una persona perseguitata per il suo credo politico o religioso, una donna promessa in sposa contro la sua volontà che migra nel tentativo di ricominciare da zero. Non possiamo saperlo, perché non entriamo in contatto con loro.

Si può essere colpevoli di ambire a una vita migliore?

Quando respingiamo i migranti (anche solo a parole) facendo leva su argomenti come la crisi e il precariato, non ci basiamo su un concetto di povertà assoluta ma sulle nostre aspettative. Su ciò che riteniamo il minimo indispensabile per vivere in una società del Ventunesimo secolo. Valutiamo il bisogno altrui in base al nostro benessere, come se i problemi degli altri fossero più o meno gravi a seconda di come ci sentiamo noi. È per questo che abbiamo l’ardire di confrontare la nostra situazione socioeconomica con quella di chi salpa dalla Libia, pur sapendo che il paragone è sbilanciato.
Colpevolizziamo i migranti perché provano a essere come noi ignorando, o fingendo di ignorare, che per farlo intraprendono un viaggio che dura mesi, a volte anni, durante il quale rischiano concretamente di perdere la vita.
Arrivati in Italia, vivono con un’indennità giornaliera pari al valore di mezzo pacchetto di sigarette, informalmente reclusi nei centri di accoglienza, aspettando che una commissione dica loro se hanno i requisiti per essere considerati rifugiati o se devono essere rispediti al mittente come un pacco. Dopo un percorso che solitamente dura 24 mesi, se una persona che riceve un decreto di espulsione non riesce ad accettare l’idea di essere cacciato, cosa può fare? Solo fuggire. Consapevole di perdere ogni diritto, diventando a tutti gli effetti un clandestino, un criminale.

Il reato di clandestinità è un’arma a doppio taglio

La parola clandestino è stata strumentalizzata al punto da renderci automaticamente ostili all’idea di ciò che nella fattispecie rappresenta: un individuo sulla cui testa ricade un’accusa dalla quale è contemporaneamente impossibilitato a difendersi.
La clandestinità non è una scelta. La sopravvivenza del clandestino ricade automaticamente nell’illegalità, non è un atto di volontà ed è sufficiente un piccolo sforzo di immaginazione per rendersene conto.
Esistono problemi concreti legati all’integrazione, di natura sociale, culturale e religiosa, ma c’è una regola universale che trascende l’etnia. Una persona messa in condizione di scegliere, sarà automaticamente dissuasa dal commettere reati. Viceversa, dove infuria la povertà, la rabbia e l’emarginazione è molto facile che si insinui il crimine. Facciamoci una domanda di ordine pratico: il reato di clandestinità è un assist alla criminalità?

Nati col passaporto

In Per la pace perpetua, Immanuel Kant teorizza il “diritto di visita”, ossia la facoltà di ogni essere umano di spostarsi liberamente per il mondo. Un pensiero che non è rimasto confinato nell’utopia a lungo, se ci pensiamo bene. Chiunque nasca in un paese benestante è in un certo senso Cittadino del mondo. Gode della facoltà di spostarsi ovunque desideri, nasce con il passaporto in mano.
Una sorta di diritto di sangue che riserva a una fetta di esseri umani un cammino più agevole rispetto ad altri. Su questo diritto di sangue fondiamo società impermeabili le cui leggi, scritte in maniera autoreferenziale, legittimano le persone a rifiutare chi non ne fa parte, annullando quel concetto di dignità sociale citato nell’articolo 3 della Costituzione Italiana.
Ci sono circa 5 milioni di italiani nel mondo, nessuno di loro è considerato clandestino. Eppure, dal nostro punto di vista riteniamo lecito criminalizzare chi nasce altrove e cerca di esercitare il suddetto “diritto di visita”. Al contrario, la storia insegna che gli stranieri esistono fintantoché siamo noi a definirli tali, riparati dietro concetti astratti come i confini delle nazioni. Esempi storici come la disputa di Fiume o la contesa di Alsazia e Lorena sono la prova che i confini sono labili in termini pratici e teorici, spesso causa di conflitti nei quali a rimetterci sono sempre le persone.

Rimpatriare è difficile e costoso

Promettere rimpatri che non si possono concretamente effettuare è una strategia propagandistica pericolosa. I programmi di rimpatrio sono complessi ed estremamente costosi, mediamente €5800 a migrante. Il perché è presto detto. Bisogna sbrigare le formalità burocratiche, prendere accordi con i paesi di origine (se la condizione politica lo permette), noleggiare un aereo, assegnare un minimo di due agenti di polizia per ogni rimpatriando e provvedere al pagamento dello staff medico, di interpreti e accompagnatori. Pensare che si possa mettere una persona sull’aereo e “mandarla a casa” è ingenuo. Rimpatriare non sempre è possibile e in termini economici non ci conviene.

Accogliere non deve farci paura

Su una cosa siamo tutti d’accordo. Per gestire le migrazioni a livello internazionale c’è bisogno di una maggiore condivisione delle responsabilità, da parte di tutti gli attori della scena politica europea.
Le quote per la redistribuzione dei migranti si possono calcolare in base alla popolazione della nazione ospitante, al prodotto interno lordo o ad altri fattori socioeconomici.
Se la rete d’accoglienza europea funzionasse, le ondate migratori sarebbero gestibili perché il numero dei migranti verrebbe ripartito in 28 stati. Tuttavia, un piano del genere si può realizzare solo obbligando nazioni come Austria e Ungheria a inserirsi nella macchina dell’accoglienza. Questi Paesi sono i primi nemici dell’Europa, eppure ricevono un’insensata approvazione dagli stessi partiti che denunciano il fallimento dell’UE a causa della scarsa partecipazione alla questione migratoria. Un controsenso che vivono tutti i nazionalismi, la Lega di Salvini in testa.

Il miglioramento paritario

C’è chi sostiene che le migrazioni si scongiurino ridimensionando l’attrattiva europea agli occhi degli africani. Vero in parte. Esistono persone come Augustine che si battono per limitare le partenze, mettendo di fronte ai connazionali ciò che realmente li aspetta oltreconfine. Una strategia di buonsenso che sfortunatamente non dissuade molti.
Perché allora continuano a partire? Perché i migranti non riescono a fare un bilancio rischi/benefici?
La risposta a questa domanda viaggia ancora sulle acque del Mediterraneo. Non può soddisfare in toto i nostri interrogativi, ma ci dice una cosa molto semplice: se il desiderio di spostarsi vince il timore dei rischi che comporta, prevenire le partenze è impossibile. A meno che si offra a queste persone una controproposta allettante.
D’altronde è lo stesso Minniti ad ammettere, durante un’intervista comparsa su Limes nel gennaio 2018, che «L’UE non fa un’azione caritatevole occupandosi dell’Africa. Piuttosto, si occupa del proprio futuro».
Lo sfruttamento, anche se indiretto, è talmente radicato nei nostri schemi da non sembrarci nemmeno tale. I nostri governi, spalleggiati da imprese e multinazionali, hanno intuito che coccolare il primo mondo significa ottenere una tacita approvazione per continuare a privare di risorse e diritti le società più deboli.
Se davvero vogliamo fermare le migrazioni, dobbiamo riflettere sulle soluzioni reali che possiamo fornire all’Africa, come la stipula di accordi commerciali che traghettino dalla sudditanza alla parità economica le nazioni che ne fanno parte.
Certo, resta il problema dell’abbassamento dei salari europei, di cui si incolpa -tanto per cambiare- gli stranieri, ma questa situazione non avrà fine prendendosela con chi accetta un lavoro malpagato. I responsabili della deregolamentazione del lavoro sono quei titolari che sfruttano la disperazione per procurarsi manodopera a prezzo stracciato. Questa è una piaga che colpisce tutti e non deve innescare una competizione al ribasso tra salari italiani e stranieri, quando potrebbe rappresentare la spinta verso la formazione di un fronte comune nella lotta per i diritti dei lavoratori.

Le multinazionali, le imprese, i governi e i datori di lavoro che giocano con la vita delle persone sono la luna indicata dal saggio. Ma lo sappiamo bene che lo stolto guarda i migranti.