Fantasmi

«Se lei mi conferma che quanto raccontato è vero, mi firma il verbale così me ne vado. Conferma?»
«Come potrebbe essere altrimenti?».
«Pezzo di merda»
«Lo so… Che fa, lo scrive?».
«No, non c’è bisogno di scriverlo… Mi fa solo ribrezzo il fatto che abbia vissuto la sua vita in pace».
«Coi fantasmi».
«Che?».
«Se nella testa avesse quello che ho io, non le sembrerebbe così strano».
«Dovrebbe farmi tenerezza? Firmi qui. Aspetti… questa non va».

«Le penne sono un po’ come i fiori, no? Sbocciano, appassiscono, tornano su, rimuoiono…».
«Il suo sembra che è morto e basta».
«Cosa?».
«Quello che ha sulla mano».
«Ah! La rosa. Sì è vero, neanche si capisce cos’è. L’ho fatto a Caracas. Me la tatuò un ciccione in uno di quegli studi con le luci azzurre al neon che stanno aperti acca ventiquattro».
«Gli errori si pagano, prima o poi».
«L’ha detto lei che è un errore, io dico solo che non si capisce cos’è».
«Touché».
«Secondo me quello funziona».
«Questa?».
«No, il pennino fighetto laccato nero, con l’incisione vicino alla punta».
«Dice? ».
«Dico».
«A quanto pare si sbagliava».
«E che mi dice della Bic? Se non va, è uno jellato».
«Si vede che sono jellato».
«Ma magari sono io. Lascio scegliere a lei».
«Le do la stilo, ma non buchi il foglio».
«Mi dà qualcosa per… Ecco, grazie. Dove metto l’autografo?».
«Qui, qui e… Cristo. Lei sta… Perché ha un’erezione?».
«Oh! Queste tuniche che ti danno qui… Non volevo turbarla».
«Non mi ha turbato, è solo triste che riesca a farsi alzare l’uccello quando a stento riesce ad alzarsi dal letto».
«Vi pagano per essere così stronzi?»
«Sì, come ci pagano per venire a raccogliere testimonianze di rei confessi moribondi. Senta… Cosa dovrei fare, io? Arrestarla? Lo sa che nel suo stato, non posso farlo. Perché mi ha fatto chiamare?».
«Dovevo andarmene senza paura».
«Di cosa?
«Dei fantasmi. Non lo so se ci sono riuscito, ma almeno sono un po’ più sereno».
«Pezzo di merda e pure egoista».
«Non dica così… Non si faccia prendere da-».
«Stai zitto, minchione! Non puoi dare lezioni, tu. Non puoi neanche provarci. Se solo avessi i coglioni, non avresti aspettato di trovarti in un letto d’ospedale per far pace con la coscienza. Tu sei un viscido, un vigliacco paraculo che fosse per me finirebbe gli ultimi giorni della sua vita in un buco. Ma mi consolo, ci penserà la malattia a consumarla, no?».
«E dire che mi sembrava un buon cristiano».
«Sono un buon cristiano».
«Allora non dovrebbe gioire delle sfortune degli altri. Dovrebbe sapere perdonare i peccati degli altri. Io a lei non ho fatto niente».

«Sa qual è la cosa buffa? Che lei si è riempito la bocca di moralismi, provando a lavarsi la coscienza con una confessione che vale carta straccia. Non so cosa crede di sembrare a Dio, visto che parla di fede. Io vedo solo uno sbandato del cazzo che trent’anni fa ha abusato di una ragazzina che non aveva nemmeno la forza di muovere le dita mentre veniva violentata».
«Mi dispiace».
«No, lei lo farebbe di nuovo»
«No!».
«Ah sì? Vuoi dirmi che prima ti è andato in tiro senza motivo? Che appena uscirò da qui non ti smanaccerai pensando a quella ragazzina, pezzo di merda?».
«Oddio».
«Se è pronto a giurare che non le è piaciuto stuprare quella ragazzina è solo la conferma che è un bugiardo».
«Cosa vuole che le dica?».
«Quello che sappiamo entrambi».
«Cosa?»
«Che ti piace stuprare le ragazzine».
«No, Dio. No».
«Stuprare-le-ragazzine. Suona fastidioso eh? Suona sporco».
«Basta, per favore».
«Ammettilo. Ammetti che sei uno stupratore e io la smetto».
«Oddio. D’accordo! Sì, d’accordo».
«Quindi lo rifarebbe?».
«No!».
«Lo rifarebbe!».
«Le ho detto di no!».
«Ma Dio non perdona chi non si pente».
«Cosa?».
«Lei si è pentito per quello che ha fatto?».
«Sì».
«Faccio fatica a crederlo».
«Sono pentito».
«Però le è piaciuto».
«Però so che è sbagliato».
«Anche prima di farlo».
«Cosa?».
«Sapevi che era sbagliato anche prima di farlo».

«…».

«Sei pentito?».
«Mi dispiace per quella ragazzina. Ogni giorno».
«Ti dispiace o sei pentito?».
«Mi dispiace».
«Ti dispiace? O sei pentito?!».
«Io… Io non lo so».

 

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