il writer riluttante

«Ne hanno presa un’altra, davanti a una scuola di danza» esordisce Perrotta, non appena vede entrare l’ispettore.
«Perché parli al plurale?» risponde Maestri accigliato, come infastidito dalla sola presenza del collega.
«Perché in assenza di piste abbiamo a che fare con ignoti».
«No, perché tu sei ancora convinto che siano stati gli zingari, va là».
«Tengo solo aperta ogni pista»
«Ma quali piste? – Mastropietro sospira, tiene a freno i nervi – Quali piste, Perrotta? Che tu stai qui seduto tutto il giorno».
«Ossignoriddio, sempre con questa storia me la devi menare?»
«Te la meno perché metti sempre bocca dove non devi».
«Perché se non sei nella mobile non puoi dire un cazzo, no?»
«Non puoi dire un cazzo perché non sai un cazzo. È diverso».
«Ah, è diverso…».

Tommasi, seduto in un angolo, osserva il bisticcio fra colleghi. Cerca di mettere in ordine i pensieri, combattere i postumi di una sbronza triste, quando la porta alle sue spalle si spalanca con violenza.
Il pavimento trema, una figura alta e massiccia varca l’uscio, sciogliendo nell’aria un clima di totale reverenza.
«Che casino state facendo? Sono al telefono con il questore che mi sta già inculando a sangue».
Tommasi sente traballare la sedia, l’uomo che ha appena fatto irruzione nell’ufficio è fermo alle sue spalle, poggia una mano allo schienale e le vibrazioni della voce si propagano lungo le sue spalle.
Il vicequestore ha quel fare da uomo di mezza età sfibrato dal peso delle responsabilità e dai mutui insoluti. È un tipo razionale, che segue canoni d’indagine collaudati, con mestiere, puntualità e quella vena di autorità che gli uomini di legge non si fanno mai mancare.
«Perrotta, tu che fai il cinema le hai sbrigate le pratiche sul deragliamento di tre – la sua voce si increspa nel ripetere il numero – Tre settimane fa? E i rilevamenti planimetrici di Nino Bixio 78 li hai ritirati?».
La faccia di Perrotta parla da sé. Sono passate da poco le due e da quando ha timbrato il cartellino ha solo acceso il computer.
«Lo vedi? Tommasi, preparati che fra venti minuti siamo fuori. Andiamo a trovare i bambini che sbombolettano. Voi non fatemi tornare, che stavolta mi incazzo sul serio».

Mezz’ora più tardi, Tommasi passeggia flemmatico intorno alla Delta parcheggiata negli stalli della caserma. È il primo ad arrivare e si annoia aspettando il resto della squadra. Conta i passi che fa intorno alla macchina, cerca di arrivare a cento, ma a un certo punto la sua mente si perde, quindi ricomincia ogni volta daccapo. Un’altra cosa che non riesce a fare, è disfarsi dei postumi della sbronza triste di ieri notte. Gli pesa la testa e sente il gin salirgli il in gola.
«Toma, questo Freud dà i numeri». È la voce di Denti. Arriva squillante dalle sue spalle. La collega è in compagnia di Lai. Il vicequestore si fa aspettare.
«Praticamente ha scoperto perché le persone finiscono in gabbia – prende in giro il collega – Ha risolto il problema del crimine».
«Non ho detto questo. Ho detto, “sai perché i carcerati sono recidivi?».
Lai non riesce a terminare la frase, Tommasi lo interrompe stizzito.
«Oh… Alla buon’ora. Quindi siamo in quattro. Prendiamo due macchine o abbiamo già deciso che ritorniamo da soli?».
I colleghi non possono fare a meno di notare l’irritazione di Tommasi. Vuole solo mettere il culo sulla Delta e pedinare in silenzio i teppistelli, ma l’idea di essere l’unico a porsi delle domande talmente ovvie e banali, lo fa impazzire. Quando il vicequestore fa il suo ingresso nel parcheggio, Lai gli va incontro starnazzando qualcosa e Denti coglie l’occasione per prendere Tommasi in disparte.
«Che ti prede? Non ti vedo bene – la sua espressione si fa improvvisamente seria – Come sta Costanza?».
«Sta».
«Dai, non farmi preoccupare. È peggiorata?».
«No, ma potrebbe e non voglio aiutarla a schiattare, mentre Aldo la vuole portare a Francoforte – enfatizza teatralmente l’esposizione – …da un luminare! Non lo so, vediamo come va. E se non va iniziamo a fare come dico io».
«Ma cosa fanno, la operano?»
«No, ma va’. Una terapia che… non lo so Carla, non mi ricordo cos’ha di particolare».
Prova un esercizio di memoria, che fallisce. Denti capisce e allunga una mano sulla schiena dell’amico. Tommasi ha già sepolto il padre e una moglie che portava in grembo il suo primogenito. Si è risposato, felicemente, due volte. E ora è di nuovo solo, fatta eccezione per la madre e il fratello.
«Facciamo che andiamo?».
Evita di insistere con la storia delle auto, che in realtà non gli frega niente e si infila in macchina. Lancia un’occhiata pensierosa allo specchietto. Viaggia sulla via della calvizie, ma i pochi capelli rimasti sono ancora del loro colore. Va bene così.
Una sagoma attraversa lo specchietto, i colleghi sono in macchina. Il retrovisore gli rivela un goffo Lai chiudersi la manica del pullover nello sportello e una Denti sinuosa, quasi panteresca. La vede spesso in panni borghesi, ma non da quella prospettiva e con quel patema d’animo. Indossa una camicia a rombi sbottonata quanto basta perché l’occhio ci caschi dentro, ma Tommasi riesce a riemergervi con la stessa facilità con cui vi è caduto.
Lai attacca a parlare col vicequestore, gli chiede se abbia idea del perché chi si avventura nel crimine non è capace di fare un rapporto rischi/benefici e arriva alla conclusione che è meglio fare il bravo cristiano.
«Che facciamo senza delinquenti? Mandiamo gli agenti in tenuta antisommossa a fare attraversare la strada alle vecchiette?».
«Sì, ma io sto dicendo… perché ti tatui addosso le minchiate che hanno mandato la tua vita a puttane? – appollaiato al poggiatesta del vicequestore, parla a macchinetta sputacchiando saliva – Cioè ci credo che poi… Pensa di svegliarti ogni mattina e vederti sulle braccia e sulle gambe croci, teschi, pentacoli, cani che ringhiano. È ovvio che la tua vita è una merda».
«Ma che cosa cazzo stai dicendo – il vicequestore sbotta improvvisamente – Lai, staccati. Staccati da ‘sto coso, che mi stai facendo incazzare. Me li fai dopo i sermoni filosofici. Fai il serio ogni tanto».
Tommasi coglie lo sguardo complice di Denti nel retrovisore. Abbozza un sorriso, rimette gli occhi sulla strada e supera la stazione.
Fossero in cerca di muralisti dei passanti ferroviari, topi da vagone, allora si fermerebbe in stazione, ma quelli che cercano loro stanno in superficie, imbrattano il quartiere con degli pseudonimi che tempo due settimane, avranno già cambiato. Per farla breve, ragazzini annoiati.
Li avvistano nei pressi dell’ortomercato. Il piazzale brulica di persone e le prime gocce di quello che si tramuterà in un diluvio universale iniziano a battere sul parabrezza della Delta.
«Dai ‘mo, Denti, andiamo io e te soli – il vicequestore scende dall’auto – Quando voialtri li chiudete da dietro, mi raccomando scende uno solo. L’altro, mani sul volante, ci siamo?».
Tommasi recepisce il messaggio e riparte, lasciando giù la collega e il vicequestore, che si dividono per circondare il gruppetto, spostatosi sotto alla pensilina di un negozio. Sono in sette, il più grande non è ancora maggiorenne. Per nominarsi ricorrono allo pseudonimo col quale si firmano. Sono estrosi, ingenui e sognano la ribellione da un oppressore inesistente.

Dakr è un navigato disertore. Dovrebbe trovarsi a nuoto, ma sua madre, il fuhrer, è via per lavoro e il resto vien da sé. Frequenta il bowling, non sopporta il calcio, compra dischi alternative metal da uno store tedesco e la cosa lo fa sentire tremendamente interessante. Odia i film impegnati; indossa abiti di seconda mano; sfoglia poco il giornale, ma segue Mentana su Twitter; lancia dalla finestra del bagno i mozziconi delle sigarette che fuma di nascosto perché se le butta nel cesso restano a galla; saluta la madre dicendo “heil Konstanz”; occasionalmente si masturba sui poster centrali dei vecchi Mega Tuning che il fratello tiene nascosti nella cesta dei fumetti; il venerdì compra il fumo da un magrebino che bazzica il bowling e nel weekend si spara tranquillamente due stagioni della serie televisiva che sta seguendo.
Il writing no, non fa per lui. Quando posa il polpastrello sul cap non sente l’elettricità scorrergli lungo dito e invadergli il corpo, non si sente fiero e complice dei suoi compagni di ventura. Le tag che lascia sui muri perdono colore durante l’esecuzione perché non riesce a mantenere una pressione costante, a dare intensità allo spruzzo, che sulle ultime lettere scema in una traccia imprecisa e semitrasparente. È la paura che monta, che muove il polso più in fretta impedendo alla vernice di attaccarsi al muro come si deve. Preferisce il bowling, sicuramente, ma dura poco e costa parecchio alle sue tasche disoccupate e minorenni.
La pioggia inizia a cadere più forte. Alcuni passanti raggiungono la pensilina, che inizia a riempirsi di gente. Qualcuno propone di andare alla tettoia, una pompa di benzina dismessa che si trova a due isolati dall’ortomercato. Quando piove vanno lì, ma devono muoversi o non arriveranno asciutti.
A debita distanza, il vicequestore e Denti pedinano il gruppo. Contano le svolte che fanno per tenere informati i due colleghi in auto. Il vicequestore è in abiti comodi, aspetta solo di vedere spuntare una bomboletta per mettersi all’inseguimento, ma il gruppo di writers mangia la foglia e spezza i ranghi. La Delta compare in fondo alla strada, Lai scende e si lancia verso il gruppo provocando uno scisma. Ognuno prende una diversa direzione, Lai e Dakr si scontrano. Il poliziotto lo sgambetta e una volta a terra gli afferra il polso destro con entrambe le mani, nel tentativo di trattenerlo. Il ragazzo si divincola dalla presa sacrificando un bracciale di legno che va in pezzi non appena tocca terra. Viene dal Senegal, glielo ha regalato il suo amico Moussa, ma non ha tempo per la nostalgia. Prende metri, nel tentativo disperato di lasciarsi alle spalle quel tipo con le mani di burro. Decelera in prossimità dell’incrocio per darsi il tempo di ragionare su quale direzione prendere. Svolta a sinistra e sta per rimettersi a correre quando scorge con la coda dell’occhio una via privata con la sbarra di interdizione al traffico abbassata. Conosce la strada, ma non c’è mai entrato. Le probabilità di nascondersi sono pari a quelle di incastrarsi. Da solo. Ma è stanco, gli manca il fiato e riesce a vedere il poliziotto schivare gli ombrelli dei passanti nel tentativo di raggiungerlo.
Dakr cede all’incognita e si getta nel vicolo, che è più corto di quanto pensasse. È un cortile di servizio con sei posti auto e due cassoni dell’immondizia. A offrirgli riparo ci sono solo le macchine, il locale contatori e… un vecchio con la mano protesa che lo invita ad avvicinarsi.

Non può credere ai suoi occhi, così come non riesce a figurarsi l’espressione che porta in faccia quel momento. Mezz’ora prima non avrebbe immaginato di trovarsi intrappolato in un vicolo cieco con la polizia a un palmo di culo e un placido settantenne come testimone. Le gambe si muovono verso il vecchio, mentre la testa cerca di partorire una spiegazione plausibile per giustificare la sua presenza lì, in evidente stato d’ansia, bagnato, azzoppato e ansante. Non apre bocca per paura di dire stupidaggini. Cerca di convincersi del suo aspetto ammodo, immagina di incontrarsi lungo la via e non fare caso al rossore e al senso di urgenza dipinti sulla sua faccia. La pioggia che gli batte in testa è solo la ciliegina sulla torta della malasorte.
L’anziano ha un’aria monumentale, la barba trascurata e gli occhi schermati da un paio di lenti opache. La testa calva ne aggrava l’aspetto minaccioso, ma contrasta con la sua indole, a primo impatto mansueta. Gli indica una porta con la maniglia smontata. La serratura è saltata, ma da lontano non si nota. Dakr si fida e la spalanca. Sembra un deposito di merci rubate. Ci sono elettrodomestici e monitor, cappotti e tappeti.
«Tua madre non se lo merita, ragazzo. Cerca di non cacciarti nei guai».
L’anziano signore si congeda con un mezzo sorriso, apre un ombrello cui Dakr non aveva fatto caso e si incammina, seguendo i passi che hanno condotto il writer riluttante da lui. Confuso e sollevato, Dakr lo osserva allontanarsi e superare il passaggio a livello, senza badare troppo al monito ricevuto.
Superato l’imbocco del vicolo, il vecchio viene intercettato da un uomo con un pullover marrone e dei pantaloni a righe.
«Ha visto un tipo che correva? Un ragazzo, un minore».
«Chi me lo chiede?».
Lai temporeggia guardando l’uomo con aria di sfida, ma desiste dalla pantomima non appena capisce che il vecchio non si accontenterà della sua parola. Gli porge il tesserino.
«Vuole vedere anche la pistola?».
«Nessun tipo che scappava, signore – risponde il vecchio – Mi scuso per aver dubitato».
Lai viene attraversato da un moto di orgoglio, il mea culpa dell’uomo lo gasa un sacco. Getta un’occhiata nel vicolo dal quale il vecchio è venuto fuori, ma non ha la minima voglia di dare la caccia ai fantasmi, perciò non ci pensa due volte e fa dietrofront.
«Vuole un passaggio? – il vecchio gli offre rifugio sotto l’ombrello – Io sto andando in quel bar lì, da Paloski. Fino a là posso accompagnarla».
Lai vede la Delta parcheggiata sul passo carrabile affianco al locale e accetta il passaggio. Si aspetta di trovarci dentro Tommasi, che invece è nel bar, lo stesso in cui il vecchio si appresta ad entrare.
Tommasi siede in disparte, a un tavolo che guarda sulla strada. Il barista è indaffarato, non si accorge nemmeno che sono entrate altre due persone.
«Cosa ci fai qui dentro?».
«Mi do un contegno – Lai non capisce, guarda il collega con la faccia di uno che non parla la stessa lingua – Dovevo sedermi. Mia madre è morta… Mio fratello mi ha appena chiamato».
«Era anziana?».
«Sessantacinque».
«Una fatalità o…».
«Era malata».
In quel momento, Denti e il vicequestore irrompono nel bar. Nemmeno loro attirano occhiate interrogative, i panni borghesi li camuffano alla perfezione. Si ripete la scena di pochi istanti prima, ma questa volta anche Lai è fra gli interrogati. Stranamente, nei secondi successivi il poliziotto riesce a essere diretto e conciso, a parlare quanto basta perché il quadro della situazione sia chiaro a tutti senza che vi sia bisogno di tediare Tommasi ulteriormente. La stizza sul volto del vicequestore diventa una smorfia e finisce per sciogliersi nel dolore. Denti, col volto rigato dalle lacrime, si siede affianco al collega e lo abbraccia. Lei e Costanza si conoscevano da tanti anni, avevano un bel rapporto. Tommasi invece stenta a parlare, teme che dalla sua bocca possano uscire solo patetici gorgoglii.

I tendaggi perlacei, simili alle pareti nel colore e nei riflessi, si sposano col chiarore lattiginoso delle lampade al centro di ogni tavolo. Hanno il paralume in pergamena e la base di plastica, che adeguatamente pulita, riflette bene.
L’anziano è a portata d’orecchio. Siede due tavoli più in là, con lo sguardo rivolto alla lampada e l’udito impegnato a decifrare i discorsi. Il vicequestore chiede un bicchiere di prosecco, Lai lo imita e Denti fa altrettanto. Alla fine, il tavolo si riempie di flute, la giornata lavorativa è ufficiosamente conclusa.
Fuori, la pioggia cade a raffica, guastando le conversazioni della gente. Il vicequestore va su e giù irrequieto, sono usciti per una retata che si è trasformata in una veglia funebre alla tavola calda. Nel frattempo, Lai si difende da accuse che nessuno gli ha mosso. Dice di come è stato abile a seguire il suo teppista per più di due isolati, attraversando una strada in cui le auto sfrecciano come proiettili. Ma poi niente, quello è sparito.
Tommasi si alza, esce con l’intenzione di farsi una sigaretta sulla porta del locale, ma l’anziano lo precede. Varcata l’uscita si ferma e chiede l’accendino in prestito al poliziotto.
«Mi perdonerà se sono indiscreto – la voce possiede una nota di artificiosa cordialità  – Qualche minuto fa ho conosciuto il suo collega, l’ho accompagnato qui da lei, al bar, perché non aveva l’ombrello. Ecco, non sarà stato un po’ esagerato fare una retata per dei bambinetti che scrivono sui muri?»
«Lai ha la lingua un po’ troppo lunga… E lei tempo da perdere».
«Sì, in effetti ho un appuntamento fra una mezz’ora – scruta il polso da dietro le lenti, il quadrante dell’orologio segna un quarto alle sei – Non torno qui da parecchio, volevo fare un giro nel quartiere in cui sono nato e mi fa piacere che nonostante i cambi di gestione, il nome Paloski resiste al passare del tempo… O magari non hanno i soldi per cambiare l’insegna». Il viso grinzoso del vecchio si contrae in una risata che per qualche istante riesce a contagiare Tommasi.
«In effetti c’era già che ero bambino».
Tommasi si ferma a pensare, scava nei ricordi quindicenni, a zonzo per le vie di un quartiere che sembrava immenso, in cui aveva conosciuto il fascino del rione, i suoi difetti e le comodità, gli agii e i rischi di venire su ladro, invece che guardia.
«Se dice che abitava qui, forse ricorda quando ha aperto».
«Non saprei… potrebbe avere più anni di me – ridacchia – È strano, però. C’era un tempo in cui il nostro presente era il futuro, anche se ogni cosa, oggi, è uguale a prima. Eravamo qui venti, trenta anni fa. Qui siamo adesso, di nuovo, a bere lo stesso prosecco, a fumare la stessa sigaretta. È un presente continuo, un futuro che non si realizza».
A Tommasi pare un poco sconclusionato, ma segue il discorso con interesse. Probabilmente è il solito vecchio asciugabottiglie che passa i pomeriggi ad ammorbare i clienti dei bar con storie di fantasia, quella che ora gli manca e di cui avrebbe tremendamente bisogno.
«Ci pensi, con quante persone si sarà fermato a parlare, qui davanti a Paloski, mentre si fumava una sigaretta? – Tommasi alza le spalle, è convinto che la domanda sia retorica – Non sa quantificarlo. Magari se ne ricorda alcune, di queste chiacchierate, però… però non si ricorda quando sono avvenute. Il giorno, l’anno, forse la decade? Se fra vent’anni si trovasse qui a fare conversazione con uno sconosciuto come sta facendo adesso, pensa che le tornerebbe in mente il momento che stiamo vivendo ora?».
«Qual è il senso?» taglia corto Tommasi, che inizia ad annoiarsi. Dà l’ultima boccata alla sigaretta, il vecchio gli fa notare la presenza di un posacenere da esterni proprio alle sue spalle, ma lui non ci fa caso, forse è un segno di sfida. Getta in terra il mozzicone e lo calpesta con la suola.
«Il senso è che magari fra vent’anni sarà così diverso e così uguale da non rendersene conto. Che magari sarà lei a calzare i panni di colui che sono io in questo momento e il suo interlocutore sarà un poliziotto di mezza età semi alcolizzato… O magari no».
Tommasi non coglie il riferimento alla sua persona. Non subito, perlomeno. Vuole solo tornarsene dentro, ma prima deve mettere una toppa alla fuga di notizie inesatte che Lai rischia di provocare.
«Non eravamo qui per dei bambinetti che scrivono sui muri – Il vecchio inarca le sopracciglia per lo stupore – Il cugino di uno dei ragazzini è uno spacciatore con precedenti per violenza e minacce. Eravamo a pesca, tutto qui. Non so chi stava inseguendo il mio collega, ma quello che ci serviva ce l’avevo io».
«E le è sfuggito…».
«Come al mio collega, a quanto pare».
In quel momento, un cellulare inizia a squillare. Viene dall’interno della giacca del vecchio. Tommasi lo guarda di sottecchi, come schifato dalla mancanza di rispetto di quel trillo. Non gli concede altro tempo, apre la porta e scompare nel bar.
«Ciao Aldo… Ma come?… Avevo capito che uscivi alle sei, scusa. Tu sei già lì?… Sì… Ma no, ti pare? Cammino, che mi fa bene… Ho l’ombrello. Aspettami lì… Aldo, aspettami lì, tempo dieci minuti e arrivo… Sì, ce li ho in mano… Sì, perdio. Sì che ho preso i fiori. Andiamo da mamma e non porto i fiori? Mi sembri scemo a volte… Riluttante? No, ma mi fai delle… Riluttante, va bene. Sì… Aspettami lì, arrivo, ciao».
Il vecchio riaggancia e si guarda intorno. Si tira il bavero della giacca e getta uno sguardo nel bar. Non riesce a individuare Tommasi. La pioggia sta aumentando e i barbagli di luce che a intermittenza illuminano i palazzi, raccontano del temporale che si avvicina. La strada è un lago, ma l’anziano vi si consegna rassegnato, immettendosi nel flusso inesistente di passanti. La pioggia ha svuotato le strade. Nemmeno i piccioni osano tanto. Riparati dai tetti o rintanati nelle nicchie dei muri, si becchettano l’addome per asciugare le piume.

 

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