L'insidia del drago
La principessa era rinchiusa nella torre e il drago, dal suo antro di roccia, vigilava sulla valle coperta di cadaveri. A cavallo, veniva un uomo di primo pelo, schivando le salme dei pretendenti che, prima di lui, avevano fallito nell’impresa di liberare la principessa e farne la propria sposa.
Su di lui gli occhi del drago, ma anche quelli della ragazza, che lo scrutava timidamente dalla sua gabbia di pietra. Scendette dal destriero e proseguì a piedi verso la torre, chiedendosi perché non giacesse anch’egli già carbonizzato.
La principessa non poteva esserne certa, ma osservandone la postura e il portamento, scopriva un uomo apparentemente in buona salute, autorevole e impavido. Non come gli altri, tendenzialmente rozzi, viscidi, a volte ubriachi, puzzolenti come un letamaio, storpi e perfino deformi. Gli mancava un vestito buono, quello si, ma nel complesso era una bel principe.
La principessa allora sciolse la scala a pioli, che rotoló fra le mani dello spasimante. Non stava più nella pelle, finalmente quello giusto; aveva finito di aspettare, di ingannare le stagioni e non sarebbe stata più costretta a suonare la campana. Su quello non aveva dubbi.
Ma quando il cavaliere giunse all’ultimo piolo e affacciò il viso sulla stanza, la principessa vide un naso grosso come un carciofo, delle narici ampie, imbottite di peluria e un sorriso sdentato che mandava un fiato marcescente veicolo di un vocabolario che definire volgare sarebbe un’attenuante. Ancora una volta, suonò la campana. L’anziano drago mosse le orecchie e si sollevó dal suolo.