NOEL (1)
un sentito grazie a Chiara per la copertina

 

 

Una casa di ringhiera stinta, ravvivata dai panni stesi. Un modesto quartiere del centro, una città fatta a scacchiera dove perdersi è un attimo. Io sono cresciuto lì, fra la chiesa, la scuola e i giardinetti, cercando di stare il più lontano possibile da preti, professori e vecchiazzi che dispensano storielle perlomeno romanzate o alla peggio afferenti a un principio di demenza senile.
Ancora sbarbato, aggiunsi un ulteriore monito ai precedenti: stare lontano dagli sbirri. Anche se, a dirla tutta, tornando a casa in motorino adoravo fare il giro lungo e passare a canna davanti alla caserma, con la manopola a fondo e il pandemonio fra le cosce. Amavo quella melodia lacerante, il canto stridulo della marmitta che si faceva sentire a due isolati di distanza. Però nell’atrio del palazzo entravo a motore spento, che i calabresi del primo piano, quelli sì che ti facevano il culo se rompevi i coglioni.
Avevo un motorino che era una bomba. Con un 70, forse un 80cc sotto al culo. Albero, cilindro, scarico, carburatore, variatore, frizione, campana, cinghia, pacco lamellare, filtro, pure la “candela giusta” avevo messo. Carenatura più buia della notte, cavalletto laterale, le scritte sulle gomme dipinte di bianco, pedane in alluminio, gruppo ottico con led argentei, luce stop blu, bulloneria cromata, sella bicolore, addio al parafango e targa così inclinata che solo gli UFO avrebbero potuto decifrarla.

Bene, quella mattina, una di quelle mattine d’estate così calde che l’asfalto si fa molle, stavo in groppa al destriero, con la mia bella e poco salvaguardante scodella in testa, il vento in faccia, la pancia scoperta e la maglietta su spalle e parte del torace. Era un vecchio trucco da tabbozzi che non hanno niente di meglio da fare che perdere tempo a inventare nuovi modi per dimostrare al mondo quanto sono disadattati. Funziona che fai per toglierti la maglietta, ma quando sfili la testa, porti dietro al collo tutto il tessuto, che prende la forma di un coprispalle, così metti in mostra i pettorali (se ce li hai), stai fresco sul petto e non devi tenere la maglietta in mano o infilarla nel jeans, dietro al culo sudato, che poi esce più fradicia di prima.
Ero diretto dietro casa di un amico. Un vicoletto che chiamavamo «La fogna», perché ci potevi trovare qualsiasi tipo di fluido corporeo oltre a mozziconi – i nostri mozziconi – profilattici sbrodolati e cacate di piccione. Ci incontravamo a «La fogna» quando le retate della madama ci costringevano a ficcarci per un po’ nei buchi più ignobili del vicinato, dove continuavamo a rincorrere i nostri sogni adolescenziali.
Quel giorno, i genitori dello Struzzo erano partiti lasciando in garage la macchina e noi avevamo pensato bene di passare il weekend in riviera con la loro Lantra del ‘92. Giustificare trecentomila metri in più sul contachilometri non sarebbe stato un problema. Lello, un altro sciroccato della compagnia, sapeva smanettare sulle caselline bianche del cruscotto come un mago con un mazzo di carte. Per i genitori dello Struzzo, insomma, la macchina non si sarebbe mossa. Poveri stronzi.

Quando arrivai, feci lo slalom dei panettoni che chiudevano il vicolo al transito dei mezzi a motore e puntai dritto al gruppo di scoppiati che sostava in fondo a vicolo, azzardando una debole ma millimetrica derapata a una spanna dal naso dello Struzzo, che si lasciò sfuggire una bestemmia di biasimo. Lello accennò un applauso, mentre Alessia e la Lia ridiscesero i gradini sui quali si erano rifugiate vedendomi arrivare. Salutai tutti, i ragazzi con un’essenziale stretta di mano e le ragazze con tre baci guancia a guancia, l’ultimo schioccante.
Mancava solo Ahmed, un cazzo di muezzin senza un paio buono ai piedi e una barba che pareva Matusalemme, ma con un fumo che levati. Arrivò dopo qualche minuto, col suo cazzo di passo da cammelliere che va a predicare sul Monte Losailcazzo e tutto l’amore del mondo nel cuore. Ahmed, fottuto diavolo color caramello. Gli volevo bene a quello, ma Cristo se viveva nel paese delle Mille e una notte con tanto di scimmietta di Aladino su per il culo! Perché venne fuori che eravamo in sei e che la macchina non era un furgone. Facile, no? E bravi coglioni, ma nessuno, prima di quella mattina, aveva pensato che il figlio di Allah sarebbe venuto.
Guidava Alessia, nessuno fra gli svaniti presenti in quel cesso di macchina, me compreso, aveva mai avuto la genuina idea di farsi una fottuta patente. Poco male, la mia donna alla guida era una spada. La mia donna… Diciamo che uscivamo qualche volta, che poi sarebbe a dire che ci limitavamo a scopare come conigli, si capisce. Facevamo sempre colla per la benzina. Un deca a testa e si andava in capo al mondo. Quello che per il mio motorino era un misero aperitivo, per quella macchina era come doping per un ciclista, pure se si stava stretti come bestie sull’Arca. Lo Struzzo, che era grosso come una botte, stava davanti, mentre dietro c’eravamo la Lia, Lello, Ahmed e io. Restammo lì inchiodati solo per un paio d’ore, altrimenti avrei fuso, fra lo Struzzo che cantava i disturbanti lamenti partenopei che i suoi avevano lasciato nell’autoradio, quel sottone di Lello che gli andava dietro, Alessia che invece di zittirli o che so, far scivolare la mano dietro al sedile alla ricerca del mio ginocchio, smetteva di ridere solo per apostrofare qualche “patentato da Topo Gigio” e il maomettano che, con quella parlata da rivendicazione terroristica, pregava scherzosamente per le loro anime.
In quel momento c’era solo la Lia a non mandarmi ai matti. Anzi, a dire il vero lei non mi scocciava mai. Nonostante fosse magra come un chiodo e riempisse a stento il reggiseno, avrei fatto a cambio con la mia, se solo avessi potuto. La sua pacatezza, il suo fare da ragazza a modo mi persuadeva, mi affascinava e quegli occhialini rossi che sembravano appena appena ricamati intorno ai suoi occhi le davano un’aria da secchioncella frigida. Che diavolo ci faceva lì con noi? Un jihadista, un ciccione, uno psicopatico e un… un non so cosa mi sarei dovuto definire io. Era un presepe della barzelletta.

A motore spento ringraziai il Cristo e mi buttai fuori, dimenticandomi totalmente della Lia. Avrebbe potuto mettersi in quel momento, lì, nei posti di dietro, in mutande, che me ne sarei bellamente fottuto. Avevo bisogno di: una sigaretta, sgranchirmi le gambe e puntare con lo sguardo il fottuto mare grigio che avevamo davanti.
La spiaggia era deserta, c’erano giusto una coppietta al limite di balneazione e un pugno di vecchi che galleggiavano in cerchio.
Cominciammo a correre. La Lia e Alessia per mano, lo Struzzo con la borsa frigo in braccio, Ahmed con le mani che stringevano quel cazzo di copricapo bianco latte che si teneva sempre sulla coccia e Lello con l’impasto stretto nel pugno. La ciccia dello Struzzo dondolava ipnoticamente.
Buttai la pila di asciugamani sulla sabbia e mi liberai della maglietta, senza accorgermi di Alessia alle mie spalle, le mani chiuse a coppa, l’acqua sulla mia schiena.
Le diedi della troia, e lei, per tutta risposta, mi si fiondò addosso, facendomi ruzzolare sulla sabbia. Era calda, ma le sue labbra lo erano di più. Cazzo, sì. Le cose cominciavano a girare per il verso giusto.
Gambe incrociate, seduti a semicerchio, facemmo girare una torcia dal sapore salmastro. Ogni tanto Alessia dava una boccata, ma di norma saltava il giro. La Lia pure. Bere, però, bevevano. Stappammo prima due lattine di Heineken che Lello aveva portato dall’alimentari e poi sei Dribbling, una birraccia svizzera che spacciavano per triplo malto, ma sapeva solo di piedi sudati.
Lo Struzzo colpì il collo della mia bottiglia col fondo della sua, provocando una fuoriuscita di schiuma che alle nostre povere menti limitate ricordò una prepotente eiaculazione vulcanica. Tutti a ridere come degli ebeti, anche la Lia stavolta.
Ne tracannammo un altro paio a testa e poi, sfidando il buonsenso, ci lanciammo in acqua. Gli spruzzi che schizzavano sulla pelle asciutta mi facevano incazzare come non mai.
Dopo una prima fase di ubriachezza molesta durante la quale Lello giocò ad affogarci, ci lasciammo cullare delle onde, mentre la coppietta si accingeva a fare quattro passi verso sud con l’acqua alle caviglie. Incrociai gli occhi della Lia. Non so dire se vi fosse invidia, gelosia o desiderio, ma decisi di non badarci, anche se in realtà feci il contrario.
Approfittammo di quella calma piatta: lo Struzzo ordinò un dietrofront, così tornammo a casa base, sotto l’ombrellone, che prendeva il sole al posto nostro.
Ahmed cacciò fuori una custodia di lana dalla quale spuntò un cilum grosso come una tromba. Sarà stato diciotto, venti centimetri, di terracotta rossa, con un paio di sezioni smaltate e un disegno orientale che lo bordava sulla strettoia del dotto.
Non avevamo la charas ma quello era il nostro calumet della pace, la bussola di noi poveri naufraghi. Con un colpo secco, Ahmed tirò fuori la wedra e si mise a pulire il bastone divino con lo scovolino di spugna che ti vendono assieme ai flauti. Ero raccapricciato, non riuscivo ad assistere a quella pietosa scena da lavandaia, quindi gli strappai di mano il tubo.
Devi pulirlo a caldo, adesso è tutto incrostato. E impara a fare stringhe coi fazzoletti invece di andare in giro con quell’attrezzo da molestatori. Devo avergli detto qualcosa del genere.
Pesava un sacco, ma era bellissimo. Aveva il colore dello zafferano quando è ancora in busta e si propagava lungo tutto il bastone in maniera uniforme, senza accenni di sbavatura. Peccato per la microfrattura all’altezza del braciere. Ahmed, mani di merda.
Mi adoperai per tirare a lucido il nostro strumento di preghiera, mentre lo spulcia-Corano impastava il carburo e Lello si occupava di pulire la pietra.
Mi offrii di riempirlo, sembrava molto capiente, così capiente che per un attimo pensai di non averci infilato la wedra. Facemmo la conta e come al solito, mi beccai l’ultima posizione. La cavità prese vita, la torcia olimpica si infiammava a ogni boccheggio di Ahmed, che sbuffava un po’ troppo, rischiando di mandare in vacca mezzo impasto. Ce lo mangiammo in trenta secondi, una botta intensa come uno schiaffone a due mani. Cristo, stavo per avere un’esperienza mistica, quella canna di fucile era un dono del cielo. Lo Struzzo, avido come un senzatetto su un pasto omaggio, diede una quinta tirata, ma si fumò la pietra. Mi buttai con la schiena sulla sabbia, il corpo che ribolliva.

Alessia si mise fra i miei occhi e il sole. Dio la benedica. Non riuscivo a vederla, era fatta di contorni e macchie verdastre, tendenti al nero.
Poi mi prese la mano e mi trascinò via, verso le cabine al limitare della spiaggia. Mi ficcò dentro alla numero sette e disse, riporto fedelmente “voglio aiutarti a rimpicciolire il cazzo, che mi sembra gonfio”. Prese a baciarmi uno zigomo, il mento, il collo, mentre la mano masturbava il costume e le sue zizze da madre in allattamento si schiacciavano contro il mio petto. Scese di colpo, come un ascensore precipitato al T e dopo avermi slacciato il doppio nodo in un’unica manovra, mi guardò con gli occhi invasi dalla malizia. Scorsi la Lia nei suoi lineamenti. Trasalii, ma cercai di non darlo a vedere. Aprì la bocca scenicamente e inghiottì il membro. Il cazzo, scomparso nelle sue fauci, mi pulsava febbrilmente. Avevo le mani appoggiate alla parete, tipo pisciata in un bagno pubblico; guardavo il tetto della cabina, come se potessi vedervi attraverso. Andò avanti così per qualche secondo, ritmicamente, con noiosa costanza. Vidi ancora il volto della Lia, ma mi affrettai a cancellarlo. Reggendole saldamente la testa, mossi il sesso nel cerchio delle sue labbra. Ogni movimento più profondo, più liscio, come un dito che entra ed esce dal miele. Poi alla fine un movimento sbagliato, una sterzata brusca sull’asfalto bagnato, l’impatto, il semiasse rotto, il dente che vince sulla carne. Imprecai, lei si fermò. Con la mano andò a liberarsi di un rigagnolo di seme dalle labbra. Sorrise. Che cazzo ci trovava da ridere?
La afferrai per i fianchi e la girai di scatto, giusto in tempo perché non vedesse il mio sguardo torvo. Se solo avesse scorto l’astio, non avrebbe buttato i capelli all’indietro sospirando, mentre con un canino si bucava il labbro. La inforcai da dietro, era larghissima. Fu un costante crescendo, lei cercava di accennare qualche parola, incapace di prendere forma a causa dei colpi che le spaccavano la voce. Non so neanche dove volessi arrivare, forse volevo spezzarla. Quando il suo palmo toccò la mia coscia, diedi un’ultima spinta, fino in fondo, fino a dove riuscivo ad arrivare. Le diedi una manata sul culo, lei mugolava come una cagna.

Dopo esserci dati una sistemata, ci rigettammo fra le balene spiaggiate. Ci trovavamo sulla stessa spiaggia, eppure non eravamo insieme. Distanti qualche metro, ignorandoci con coesione, diciamo, come separati in casa che non hanno il coraggio di guastare apertamente il proprio matrimonio e preferiscono che questo si corroda dall’interno, a poco a poco. Autocombustione.
Ahmed mi porse una pipetta che faceva tanto peace & love. Lo sa il cazzo quanti strumenti da fumo si era portato dietro. Se non ci arrestavano, avrei acceso un cero per lui. Poco male, perché la pipa era caricata del calore di Nostro Signore, ma soprattutto della mia erba, e visto che i tre dell’Ave Maria e il faraone disgraziato erano rimasti soli per un po’, immaginai che Lello o lo Struzzo non avessero perso l’occasione di sgrammarmi. Infatti la busta che gli avevo lasciato era più vuota di prima, ma non me ne fregava un cazzo. Se stai coi randagi, alla fine impari a distinguere quelli che ti annusano le palle perché vogliono fare amicizia e quelli che lo fanno perché devono capire quanto male potranno farti nel momento in cui te le azzanneranno. Quei due non erano cani fedeli, ma nemmeno rabbiosi.
Avremmo fatto after, un’unica tirata fino al giorno seguente. Qualche ora di sonno e in marcia nel primo pomeriggio, per essere a casa prima dei vecchi dello Struzzo. Ci fermammo a guardare il sole che colava a picco nel mare, vaneggiando in preda ai sogni più violenti, quei sogni che gli anni dolci e una pipetta magica riescono a cucirti in fronte in modo duraturo, convincendoti che il bicchiere non è poi così vuoto. Cazzate di quell’età.
Venne giù qualche goccia, ma non ci spezzammo, restammo a guardare la sabbia immobile che si lasciava sforacchiare, mentre una leggera nebbiolina si stringeva ai nostri corpi pesantemente leggeri.
In macchina sparammo la manopola dell’autoradio tutta a destra. Il tettuccio dell’auto pareva schiacciarci e una fragranza da Arbre Magique pakistano sostava a livello narici. Alessia, che aveva preso parte al convito di qualche minuto prima, guidava pazza, scannava come Thelma, schivando le buche e solcando gli scrosci, senza la minima esitazione.
La pioggia tagliava il vetro dello specchietto in sei spicchi, le mie mani avvolgevano un goloso rotolo di cellulosa e la Lia, canticchiando un ritornello che non conosceva troppo bene, a intervalli regolari voltava il capo e sorrideva alla mia faccia da scemo. Quando in una macchina riecheggia una canzone che tutti possono cantare, anche se sei stonato come una campana, l’imbarazzo non esiste, c’è solo amicizia. Anche Allahu akbar cantava. Musica italiana, non i suoi piagnistei da muezzin.

Se non esce niente possiamo andare a ballare, aveva detto lo Struzzo fra una forchettata e l’altra. L’idea non mi dispiaceva. Un po’ di sano petting in pista, dopo il sesso barbaro del pomeriggio, non poteva farmi male. Alessia sembrava essersi dimenticata di me. Che poi non è che mi ignorasse, faceva proprio come se non fossi mai stato al mondo. Perlomeno il suo.
La discoteca non era lontana. Andammo a piedi per ingannare l’attesa. Strada facendo molestammo verbalmente le coppiette più sdolcinate e ci incantammo su qualche culo di troppo. Litigare non era mai stato un problema, tanto Lello aveva il destro facile, lo Struzzo era sì un ciccione, ma un ciccione coi controcoglioni e io, all’occorrenza, sapevo essere abbastanza animale. Sta di fatto che nessuno accolse le nostre provocazioni.
Nel parcheggio della discoteca, lo Struzzo staccò lo specchietto di una macchina con una tallonata da cavallo. Non perdeva il vizio di prendersi ciò che non era suo. Versò la busta sulla superficie riflettente, arrotolò una banconota da dieci — ché pippare con quella da cinque porta male —, fece tre righe perfette e una più abbondante. La sua. Ne faceva sempre quattro, anche se sapeva che io puntualmente rifiutavo. Non volevo fottermi quel poco che rimaneva del mio cervello e lui non stava mai a insistere, così poteva farsi l’ultima botta solo soletto. Ma quella volta non andò così, perché la Lia, a dispetto di ogni previsione, si fece avanti. Disse che voleva farsi, la troia. Non prese neanche il cannino, appiccicò il naso al vetro e tirò come un’aspirapolvere.
In discoteca andò oltre il cocktail di cui ci aveva omaggiato il locale, tracannandosi una mezza bottiglia di vodka che Lello aveva fottuto a un banco nella speranza di scoparsela sui divanetti e schiumò, in mia compagnia, un joint squisitamente perfetto, mentre assistevo al deplorevole tentativo di Alessia di farmi ingelosire, coi piedi sulla pista e il culo sul pisello di un coglione che pareva un venditore di incensi. Ahmed aveva perso la brocca, ricordava uno di quei vecchi che ai matrimoni cadono preda di allucinazioni musicali dovute a chissà quale abuso di viagra e anticoagulanti.
Passare il tempo con la Lia era una figata, pareva che il mondo si arrendesse al suo sguardo. Quella sì che era una ragazza splendida, nonostante la stronzata con la coca. Non mi capitavano spesso tipe così e l’idea di doverne adulare l’intuito mi attizzava un sacco. Peccato che le nostre chiacchiere, i sorrisi, le cannucce mordicchiate non durarono a lungo, perché un buttafuori largo un freezer ci scortò fuori. Non capii bene, c’entrava un tizio, Lello, un altro tizio, un apprezzamento un po’ troppo pesante, un bicchiere rotto e sangue ovunque. Quel che sapevo è che non era di Lello.
Quel pazzoide ci aveva fatto cacciare di nuovo e alle sette servivano la colazione a buffet, fanculo.

Ormai era l’alba, quindi ci rifugiammo su una piccola lingua di sabbia a strapiombo sul mare.
Avevamo l’ultimo spliff e una bottiglia che il nostro sceicco era riuscito a farsi vendere all’uscita da una troietta che spruzzava vomito da tutte le parti. Alessia continuava a ignorarmi, addirittura rincarava la dose, mettendosi a ballare al centro del cerchio coi tacchi e la bottiglia in mano. Disse che avrebbe voluto essere la moglie di un tipo di Mullholland Drive, LA. Lello la rimbeccò, disse che aveva aspirazioni decisamente fuori misura e allora lei ripiegò su un calciatore, che venne sostituito da un ricco imprenditore e via così, giù per la scala sociale. La cosa andò avanti fino a scendere a un capoufficio, finché Lello, senza badare all’eventuale mancanza di rispetto, pronunciò una frase tipo “Tanto tu la daresti al primo che ti tiene la porta aperta al bar”.
Era un coglione, ma era un bravo parlatore e in fondo non diceva neanche il falso. La sigaretta che stringeva fra le dita aveva fascino anche da spenta. Nel frattempo, lo Struzzo e la Lia si erano alzati. Rafforzavano quel sottilissimo filo di amicizia che li legava, rincorrendosi e prendendosi a insulti. Lui le aveva allacciato le scarpe insieme pensando di farle un dispetto, ma lei, per tutta risposta, si era portata i lacci dietro la nuca e aveva fatto del paio di sneakers una collana e giuro, in primo piano sullo sfondo rosso vivo delle prime luci, quel collier le stava benissimo.
Visto che la donna che mi scopavo mi era stata momentaneamente rubata e quella che desideravo era occupata a farsi inseguire da un ciccione, presi Ahmed, raccolto a pecorina verso La Mecca e lo trascinai in riva al mare. Ci mettemmo a far rimbalzare sassi sull’acqua.
Il profeta era un bravo tiratore. Lanciava in maniera inusuale, come si lancia un frisbee, ma il tiro era leggero ed estremamente orizzontale. Disse che non pregava da giorni, che era un cattivo musulmano, che era pentito. Poi non ricordo, crollò come un sasso, così lo coprii col giacchetto che avevo indosso e lo lasciai riposare. Ci avrebbe pensato il mare a svegliarlo.
Tutti gli altri erano in piedi sulla scogliera, lo Struzzo fu il primo a tuffarsi. Un tuffo a bomba da vero lardoso. Poi andarono giù anche gli altri. Anch’io andai giù, sulla sabbia, scivolando in un sollievo che azzerò il resto.

Furono i grattini di Lello a svegliarmi. Mi sbaciucchiava le guance per darmi noia, con la faccia da invasato, le pupille grosse come pianeti e la mascella ingessata.
Guardai l’ora, era ancora prestissimo, non avevo dormito niente. Non capivo un cazzo: Ahmed era ancora sdraiato in riva al mare, quella sbarbina vogliosa di Alessia dormiva sonni tranquilli abbracciata alla felpa di Lello e lo Struzzo era chinato sul corpo inerte della Lia e non capivo perché.
Quando ripresi pienamente conoscenza pensai che fosse collassata, il che mi fece venir su di scatto, ma Lello si mise un dito sulla bocca e mi ordinò di tacere. Mi disse che dopo i tuffi, loro quattro si erano smezzati due paste che Lello aveva casualmente trovato nel blister di mentine in cui teneva il fumo.
“Sta mezza in coma, te la vuoi ficcare?”, mi chiese semplicemente.
Non risposi. Ero furioso, ma non sapevo bene con chi.
Forse col gruppetto di stronzi, che aveva deciso di darci dentro alle mie spalle. Forse con quella baldracca della mia donna, che sembrava si volesse scopare il mondo, italiani del cazzo e arabi del cazzo. Forse con Lello, che come al solito combinava solo merdate, ficcandomi sempre nei guai. Forse con la Lia, troietta per niente diversa da tutte le altre troiette dell’intero mondo.
Mi feci spazio, Lello finì col culo in terra. La faccia sbiancata, mi guardava attonito come se non credesse che fossi veramente intenzionato a mettere in pratica quello che mi aveva proposto.
Lo Struzzo le stava sopra, la mano sotto al costume, ancora umido, e il corpo che si attorceva appena. Con l’altra mano se lo menava, ma il suo stuzzicadenti era schifosamente piccolo e schifosamente coperto dalla trippa che sfuggiva al pantalone.
Gli dissi di spostarsi, rimasi solo con lei, che per un attimo socchiuse gli occhi. Non so se riuscì a captare i contorni del fortunello che stava per assaggiarla. Lello scostò le mutandine, che rimasero da un lato, lasciandola lì, una fessura, che mi guardava. Per un momento pensai di desistere, ma appena appoggiai la punta venni inghiottito.
non riuscivo a guardarla negli occhi.
Gli altri sì, loro ci riuscivano e lo Struzzo provava persino a profanarle la bocca, che assente, semiaperta, sospirava parole, pensieri muti, voci che albergavano nella fase rem. Mentre io infrangevo le sue barriere, Lello le versò il fondo della bottiglia sul ventre e dalla piscinetta formatasi sull’ombelico attinse, dopodiché, senza alcun preavviso, mi spinse via, reclamando il suo turno.
Nel frattempo lo Struzzo non era riuscito a evitare di farle colare addosso il frutto della sua sega. Lello grugniva grossolanamente, affondando e riaffondando la sua lama nella ferita.
Realizzai che non stavamo condividendo la solita birra, il solito spino, il solito pensiero sconcio, ma la sconcezza, fatta e finita. L’imbarazzo di guardarci nudi l’un l’altro, la paura di sentirci pelle a pelle fra uomini erano stati sormontati da un primordiale istinto animale.
Vedere lo Struzzo accarezzare la pelle di quel corpo, lì dove era stato macchiato di fluido giallastro, osservare Lello alzare le gambe di lei perpendicolari al corpo, ma soprattutto scoprire Alessia, sorella non di sangue, arpia dalle unghie cosparse di veleno, spettatrice inconsueta di quel rito selvaggio mi fece portare istintivamente le mani all’inguine, come se la vergogna e la repulsione mi bruciassero la carne. Afferrai una bottiglia dalla sabbia e colpii Lello mentre infilzava, senza posa, il corpo inerte della Lia. Andò giù come un sacco di patate, pensai di averlo ammazzato. Allo Struzzo diedi un calcio sul muso mentre stava ancora accovacciato col cazzo in mano. Afferrai per la gola e la spinsi contro uno scoglio, procurandole una lacerazione di cui spero porti ancora la cicatrice.
La presi per i capelli, la trascinai sul corpo della Lia e la feci guardare, mentre lacrimava e chiedeva scusa, non so a chi, non so perché.
Le diedi uno schiaffone, poi un altro e un altro ancora. L’avrei uccisa se quel diavolo color caramello di Ahmed non mi avesse fermato. Che il suo dio l’abbia in gloria.
Quando tutti si furono ripresi, diciamo, nessuno disse più nulla. Non c’era nulla da dire. Anche lei. Non so se abbia capito, percepito cos’era successo. Se anche fosse stato, non avrebbe aperto bocca. Quella ragazzina era un angelo, e come ogni angelo non aveva il dono della parola. Facemmo il viaggio di ritorno in un silenzio surreale, solo Ahmed, se non sbaglio, disse qualcosa riguardo all’orario. Nient’altro. Scesi dalla macchina, ci salutammo con un cenno appena percettibile e ognuno andò per la sua strada. Non vidi mai più la Lia.

 

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